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APPUNTI….. DI CLASSE?

da “Collegamenti” n. 5 novembre 2023 riportiamo alcune considerazioni di Federico Giusti  di costante  attualità

Premessa
Avevamo scritto questo articolo a fine anno, a pochi giorni dallo sciopero generale del 2 Dicembre, a distanza di mesi abbiamo optato per una riscrittura del testo alla luce anche di quanto accade in Francia, in Gb e Germania con scioperi, generali e non, sorretti da rivendicazioni forti (aumenti contrattuali sopra il 10 per cento, salvaguardia dell’orario di lavoro e delle norme previdenziali per impedire l’aumento della produttività e l’innalzamento dell’età pensionistica).
A dicembre 2022 scrivevamo che lo sciopero generale era stata l’ennesima occasione perduta per alzare il livello di scontro e il conflitto nei luoghi di lavoro avendo prevalso le solite logiche divisorie tra sigle e nella palese incapacità di raggiungere molti posti di lavoro.
Riportiamo testualmente alcuni passaggi ” Certo che se pensiamo ad un salto di qualità del sindacalismo di base e della opposizione di classe ragionare con la testa rivolta al passato non è di aiuto come riproporre stancamente statuti interni alle singole organizzazioni o ritualità di vario genere.
E’ indubbio che la composizione di classe raccolta dalle varie sigle presenti differenze marcate, i sindacati di base con più anni alle spalle vantano una presenza nella PA o in settori produttivi diversi da quelli della logistica dove da tempo il conflitto con le associazioni datoriali e il mondo cooperativo ha raggiunto livelli tali da imporre alle autorità statali una campagna repressiva come dimostrano le inchieste della Magistratura e i teoremi associativi contestati a centinaia di quadri e di lavoratori.
Se fino a pochi anni fa il sindacalismo di base raccoglieva consensi nei trasporti, in settori del privato come fabbriche e grandi aziende un tempo pubbliche, nella PA, oggi possiamo asserire che la forza d’urto principale è rappresentata dalla logistica e dai servizi.
E’ innegabile il ritardo con cui il sindacato di base ha compreso i processi di ristrutturazione capitalistica, se li ha analizzati in tempo non è riuscito a darsi, chi più chi meno, un modello organizzativo attrezzato a muoversi nelle contraddizioni tra capitale e lavoro. C’è poi chi ritiene irreversibile il ritorno allo Stato dopo i tre anni pandemici annunciando urbi et orbi la fine dei 40 anni neoliberisti. Non si fanno i conti senza l’oste a nostro modesto avviso, non si comprende la natura del Pnrr, il tentativo della Ue di non farsi schiacciare dagli Usa e non si analizza il ruolo della guerra in corso e i suoi risvolti sulle economie occidentali”
Fermiamoci su questi punti, il Pnrr è diventato il faro guida per gli Enti locali e tra il Governo Draghi e quello Meloni è avvenuto un passaggio di consegne dimenticando le condizioni di questi prestiti e quanto graveranno sulla spesa pubblica.
Prestiti a un tasso ancora ignoto con l’aumento dell’inflazione e del costo della vita con la inesorabile perdita di potere di acquisto dei salari e delle pensioni.
Una prima grande iniziativa dovrebbe investire i rinnovi contrattuali, il codice Ipca è stato pensato per ridurre il costo del lavoro e la spesa pubblica, non avverrà alcun recupero di potere di acquisto alle condizioni attuali.
Una seconda riflessione riguarda il sistema previdenziale, se in Francia si sciopera per la pensione a 64 anni in Italia da tempo si esce dal mondo del lavoro a 67 anni e mezzo e se dovesse aumentare l’aspettativa di vita supereremo in breve quota 68.
Perchè in Italia nulla si muove contro la Fornero? Molteplici potrebbero essere le risposte, resta innegabile la debolezza del sindacato di base (anche in virtu’ di regole che limitano il diritto di sciopero) ma è soprattutto la natura subalterna del sindacato concertativo a giocare un ruolo determinante nella debacle del movimento operaio. Il sindacato concertativo italiano dalla svolta dell’Eur alla regolamentazione dello sciopero fino ai nostri giorni ha giocato un ruolo determinante per affossare le istanze dei lavoratori, prenderne atto è ormai una necessità senza farsi illusioni su svolte a sinistra della Cgil.

Torniamo a quanto avevamo scritto a fine 2022.

“Non pensiamo in questa sede sia possibile ragionare in termini esaustivi ma al contempo siamo certi che qualche considerazione vada pur spesa per spiegare le difficoltà in cui ci dibattiamo. Un tempo avremmo invocato l’autocritica, per dirne una negli scioperi generali non avviene mai che a livello di comparto le varie sigle decidano una azione comune, in questi giorni è stato approvato un nuovo codice di comportamento dei dipendenti pubblici liquidato da qualche sigla in termini frettolosi che palesano la incapacità di leggere il provvedimento del Consiglio dei Ministri e i riflessi che subirà la democrazia nei luoghi di lavoro e nella società. Per essere caustici ma obiettivi potremmo dire che la linea sindacale non è data da un volantino generico che non entra nel merito dell’obbligo di fedeltà aziendale e non includa una analisi dei nuovi concetti dominanti come il decoro, il prestigio e l’immagine della Pa, la impossibilità futura di una azione pubblica dei dipendenti e delegati del Pubblico impiego tesa a denunciare anche le prospettive future.
Iniziamo dagli scioperi generali con una premessa d’obbligo: da una parte la ritualità degli scioperi generali in autunno (una sorta di mese mariano nel quale concentrare i nostri sforzi con risultati, stando alle percentuali degli scioperi in ogni categoria alquanto deludenti. Non dimentichiamo tuttavia che la attuale normativa in materia di sciopero non consente scioperi selvaggi laddove vanno garantiti servizi minimi essenziali, se scioperi “selvaggi” ci sono stati nel passato erano riconducibili a problematiche di categoria e non a vertenze di carattere generale. Decenni di normative antisciopero hanno di fatto vanificato questo strumento di lotta e del conflitto, perfino i delegati sindacali di base hanno interiorizzato l’idea che alcune regole siano invalicabili come quelle che limitano fortemente l’esercizio dello sciopero. E poi che dire del diseducativo ruolo delle Rsu?
Le Rsu sono unitarie, puoi essere eletto al loro interno ma le materie oggetto di contrattazione sono state ridimensionate nel corso del tempo, la organizzazione del lavoro è fuori dalle materie oggetto di relazioni sindacali e le stesse relazioni vedono la contrattazione in subordine alla informazione e al mero confronto. Le conquiste degli ultimi contratti nazionali della Pa, che poi conquiste non sono, riguardano i diritti individuali ma non l’agibilità sindacale e il potere contrattuale e men che mai il recupero del potere di acquisto, la stessa contrattazione di secondo livello, o decentrata per usare il gergo del pubblico, finisce con il relegare le Rsu a un compito ragionieristico e di continua mediazione tra i settori nell’applicare gli istituti contrattuali.
Questi ultimi sovente non vengono adeguatamente finanziati dalla contrattazione nazionale, a livello decentrato si deve decidere il loro importo e i criteri che ne disciplinano la erogazione attingendo dal fondo della produttività di Ente, quindi una sorta di distribuzione diseguale determinata dal contratto nazionale che a sua volta scarica oneri e decisioni sulla contrattazione di secondo livello.
Nel corso degli anni le Rsu sono state diseducative, perfino i delegati del sindacalismo di base hanno finito con l’anteporre logiche unitarie, nell’alveo delle compatibilità decise dai CCNL, è palese l’assenza di un effettivo potere contrattuale con rivendicazioni che mal si conciliano con le istanze dei delegati di sigle firmatarie; le Rsu sono state una gabbia, neanche dorata, dentro la quale si è persa ogni autonomia di giudizio e di azione conflittuale finendo con relegare il sindacalismo di base a un ruolo angusto e di contenimento del danno.
La discussione poi anche all’interno delle sigle di base langue, sono rari gli esempi di seminari a tema per approfondire le tematiche inerenti i contratti nazionali della Pa e la loro stessa applicazione, in giro leggiamo volantini sui contratti che nel corso degli anni ripetono pedissequamente gli stessi contenuti con la pretesa di dettare una linea sindacale aggressiva.
Andrebbe invece compresa la ragione per la quale oggi la Pa, nonostante i 9 anni di blocco della contrattazione supinamente accolti dalle sigle firmatarie, continui ad essere poco radicalizzata e combattiva perfino in alcuni settori, scuola e sanità, dove i tagli imposti dalla Ue e dalla crisi economica, stanno producendo danni incalcolabili.
E la certezza del posto non può essere una motivazione valida, piuttosto dovremmo riflettere sui codici di comportamento, sull’obbligo di fedeltà aziendale che stanno imponendo un clima di paura e rassegnazione dentro il Pubblico impiego, la facilità con la quel si puo’ essere licenziati per avere leso il decoro, l’immagine e il prestigio della Pa o del proprio Ente conferma che proprio la Pubblica amministrazione è stato l’ambito di sperimentazione di pratiche di controllo e di repressione del dissenso, ma anche di mera riduzione della libertà di critica, dopo anni nei quali invece c’erano stati momenti di lotta (anche se sporadici e insufficienti) contro i processi di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi.

All’inizio avevamo scritto di non volere essere esaustivi perchè avremmo bisogno di tanto tempo e di riempire decine di pagine, sia sufficiente asserire che oggi un delegato di base dovrebbe occuparsi non solo del personale alle dirette dipendenze della Pa ma anche di quanti operano con datori di lavoro diversi e altri contratti nazionali i cosiddetti esternalizzati. Se interiorizzi la divisione tra lavoratori a seconda dei comparti decisi dalla contrattazione nazionale corri il rischio di perdere per strada una visione di insieme della forza lavoro e dei servizi nella Pa, a gestione diretta e indiretta, dei processi in atto per ridurre il potere di acquisto e di contrattazione. La disattenzione verso il sistema degli appalti e delle cooperative è anche figlia di un modus operandi del sindacalismo di base che da una parte è subalterno alle logiche della rappresentatività, dall’altro non coglie come il potenziamento del welfare aziendale, di pensioni e sanità integrative abbia rafforzato oggettivamente il ruolo concertativo del sindacato nel suo complesso.
Prendere atto dei nostri limiti è oggi imprescindibile, il lavoro del sindacalismo di base è impervio ma potrebbe allo stesso tempo essere di grande stimolo per superare l’impasse in cui si trova la forza lavoro organizzata e non, per raggiungere questo obiettivo non serve solo un cambio di passo ma anche una visione complessiva dei processi in atto senza la quale anche il lavoro sindacale si muoverà in termini parziali e con anguste prospettive (che a nostro avviso non possono essere quelle di aumentare le iscrizioni di una forza lavoro di per sè passiva).
Da qualche parte abbiamo letto che la guerra in Ucraina avrebbe sancito il ritorno della politica in antitesi alle teorie liberiste di “fine della storia”. La regolazione liberista dei mercati se è entrata in crisi con la pandemia potrebbe invece essere rafforzata dal ricorso strutturale alla guerra e far pagare la crisi economica alle classi sociali meno abbienti. L’idea che si possa riconquistare il primato della Politica sull’economia si infrange con i rapporti di forza che vedono il lavoro, e i lavoratori, in balia del capitale.

Chiudiamo con alcune considerazioni sulla Manovra di Bilancio del Governo Meloni sulla quale il sindacalismo di base nel suo complesso non ha saputo, e voluto , costruire una lettura critica. Non solo si fa cassa sulla pelle dei lavoratori pubblici (i bonus al posto dei rinnovi contrattuali) ma anche sui percettori del reddito di cittadinanza pensando che una nuova definizione degli occupabili possa astrarsi dall’attuale mercato del lavoro. La miseria ormai riguarda non solo i disoccupati ma anche i lavoratori con contratti precari e part time, qui entrano in gioco le politiche di contenimento salariale e del potere di acquisto rafforzate dal sistema degli appalti e dal mondo delle cooperative ma anche dai sistemi di calcolo alla base dei rinnovi contrattuali. Di questo non si parla da lustri palesando una cronica incapacità di leggere i fatti reali e le loro ripercussioni sul potere di acquisto e di contrattazione”.
A distanza di mesi non ci sembra di avere sbagliato analisi, il sovranismo di carta del centro destra si va dimostrando più neoliberista della tecnocrazia europea, più filo atlantico e pronto alla criminalizzazione del dissenso intervenendo nel codice penale per accrescere sanzioni e pene contro i nemici di turno: dal rave agli occupanti di casa, dai picchetti operai alle manifestazioni ambientaliste.
Resta la nostra debolezza sindacale e politica, questa debolezza è forse il principale ostacolo alla ripresa del conflitto sociale e sindacale e senza conflitto non sarà possibile invertire la tendenza degli ultimi anni con perdita di diritti sociali, restringimento degli spazi di democrazia e libertà collettiva, debacle salariale e contrattuale.
La premessa necessaria alla ripresa del conflitto è sempre la stessa: mettere da parte gli interessi di bottega e la mera sopravvivenza delle sigle esistenti. Vogliamo provarci insieme?

 

 

Posted in Lavoro, mobilitazioni sindacali, Politica enonomica, Salari.

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