
Da “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” n. 10 (inverno 2026) riproponiamo questo bell’articolo di Alessio Lega che ripercorre le prime fasi della vita artistica e militante di Fausto Amodei, recentemente scomparso. Una personalità complessa e umanissima le cui canzoni (come ricorda Alessio) “non sono mai state alla moda, dunque sempre state nuove, sempre interessanti” e molto possono insegnarci.
A metà dello scorso settembre moriva all’improvviso – mentre accompagnava la moglie Gabriella ad una visita medica – Fausto Amodei. Qualche acciacco inevitabile, dati i suoi 91 anni d’età, aveva incrinato solo negli ultimi mesi il suo leggendario buonumore, una sorta di vitalità data da una mente lucidissima, fervida, fertile. Ogni volta che gli si chiedeva “come stai?”, ti rispondeva con fin troppa immediatezza “bene!”, come a voler tagliare corto sui convenevoli e passare subito al punto… e poi forse era anche una scorciatoia dovuta all’understatement piemontese, per nascondere le malinconie che pure nelle sue rigorose canzoni s’intravede qui e lì.
Le domeniche che piove
guardi i vetri che si bagnano
e la goccia che si muove
e le gocce che ristagnano.
Qualcosa da aspettare 1959
Se mai c’è stato un emblema anche visivo di una certa torinesità, questi è proprio Fausto Amodei, con la sua inconfondibile silhouette, cristallizzatasi con l’età matura. Lo sguardo chiaro penetrante cilestrino ed a tratti un po’ perso nelle nuvole, quella barbetta senza baffi che lo rendeva un po’ conte di Cavour e un po’ folletto dei boschi, la gentilezza antica con la quale ha ricevuto – generazione dopo generazione – gli appassionati, gli studiosi, i coristi ed i cantanti che, per i più diversi motivi, finivano per confrontarsi con le sue opere. Le canzoni di Amodei non sono mai state alla moda, dunque sempre state nuove, sempre interessanti. A questi mai troppi e mai finiti ammiratori ed allievi – che oramai vanno dagli 80 ai 20 anni – Fausto ha sempre aperto la porta e con loro si è intrattenuto su temi musicali e politici. Chiarissima però era anche la barriera di vetro che metteva, che molto difficilmente e solo con una consuetudine di anni poteva essere superata. Non è un segreto per nessuno che l’ambiente della sinistra italiana – rivoluzionaria o riformista che sia – e quello della musica – di ricerca o di consumo – sia un luogo continuamente percorso da scissioni, litigi, rappacificamenti, veti incrociati e pettegolezzi dei più vari. Fausto che ha frequentato per una vita entrambi, in prima fila per valore ma defilato per indole, non si è mai (MAI) abbandonato ad una confidenza aggressiva nei confronti di qualcuno: interpellato da un ricercatore pettegolo come me sui motivi profondi di quel dato dissidio, sui contrasti interni a Cantacronache, sulla rottura che aveva contrapposto Liberovici a Leydi dopo un solo numero della rivista Nuovo Canzoniere Italiano, sulla polemica che alla fine degli anni Ottanta aveva lui stesso avuto con Ivan Della Mea, ecc. le risposte di Fausto erano sempre evasive (“non ricordo assolutamente nulla”) o al massimo confermative (“sì, mi pare che avessero bisticciato” e sottolineo la scelta del verbo “bisticciare”). Continued…
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