Da “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” (n. 10 inverno 2025/2026) riportiamo questo articolo di Marco Scavino, preceduto da una breve introduzione di Cosimo Scarinzi
(CS) L’articolo di Marco Scavino è una utile ricostruzione delle vicende della complessa corrente che va sotto il nome di operaismo italiano.
Ad una più completa compressione di quell’esperienza sarebbe utile tener conto dell’esistenza di un operaismo di segno libertario.
Vale la pena, a questo proposito, di leggere Francesco Schirone (a cura di), “L’Utopia concreta. Azione libertaria e Proletari autonomi. Milano 1969-1973”, Volume I, Zero in Condotta, Milano 2023 una raccolta di testi e documenti della componente libertaria dell’area dell’autonomia in particolare, ma non solo, milanese.
È importante tener conto del fatto che la stessa storia dell’operaismo non può prescindere da alcuni riferimenti alla sinistra antiburocratica ed eretica sviluppatasi all’estero e, in particolare, in Francia.
Segnaliamo, fra le altre, due importanti pubblicazioni.
“Socialisme ou barbarie” (1949 – 1967) viene fondata da militanti di formazione trotskista ai quali se ne aggiungeranno nel tempo altri di formazione bordighista. Sviluppa una critica radicale dell’Unione Sovietica e dei paesi socialisti giudicati società caratterizzate dal capitalismo di stato e delle burocrazie del movimento operaio riprendendo temi che caratterizzano la corrente comunista dei consigli sviluppatasi in particolare in Germania negli anni ’20 del ‘900
“Informations et correspondances ouvrières” (dal 1958 al 1960 Informations et liaisons ouvrières) esce dal 1960 al 1973. Nasce da una scissione di “Socialisme ou Barbarie “su posizioni consiliari. Grazie alle relazioni internazionali che la caratterizzano e, soprattutto, grazie allo sviluppo di un ciclo di lotte autonome delle lavoratrici e dei lavoratori è espressione di una sinistra anticapitalista ed antiburocratica radicale.
Autonomia di classe e organizzazione rivoluzionaria. Riflessioni sull’operaismo italiano degli anni Settanta (*)
Marco Scavino
Nel biennio 1968-1969 in molte fabbriche del Nord e del Centro Italia si formarono vari organismi di lotta, che in forme diverse videro la stretta collaborazione tra avanguardie operaie e militanti esterni, in genere legati a piccoli gruppi di intervento politico già attivi negli anni precedenti, o appartenenti ai movimenti studenteschi universitari. Le denominazioni variavano (comitati di base, collettivi o assemblee operai-studenti), così come erano diversi i gradi di incidenza reale nelle lotte e nelle loro forme di organizzazione, ma si può dire che a unire in qualche modo queste esperienze, come scrisse nell’estate del 1969 il giornale «La Classe», fosse uno «stile di lavoro», incentrato da un lato sulla «partecipazione pratica e teorica alla lotta di classe», dall’altro sul «rigetto di ogni atteggiamento ideologico».
Si trattò di uno dei fenomeni politici più significativi del cosiddetto “Sessantotto” italiano, che coinvolse vari settori dell’area rivoluzionaria esistente all’epoca alla sinistra del Partito comunista. In genere, negli studi su questi temi si tende a ricordare soprattutto il ruolo dei gruppi di intervento nelle fabbriche nati negli anni Sessanta attorno ai «Quaderni rossi», prima, e a «Classe operaia», poi, che malgrado lo sbandamento legato alla chiusura delle due riviste erano piuttosto attivi alla vigilia del 1968 (soprattutto in Veneto, in Emilia, in Toscana, a Milano e a Torino). Ma il fenomeno in realtà riguardò diverse altre aree di movimento: basti pensare alla formazione in varie fabbriche milanesi dei Comitati Unitari di Base, attorno ai quali alla fine del ’68 nacque l’organizzazione Avanguardia Operaia; o a diversi settori del movimento studentesco universitario, la cui matrice ideologica di fondo era l’antiautoritarismo e che inizialmente si erano mostrati alquanto scettici sulle potenzialità rivoluzionarie delle lotte operaie, ma che vi aderirono poi massicciamente (soprattutto a Torino, a Milano, a Trento). Fu di una certa importanza, inoltre, la crisi che riguardò molti militanti del Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup) e che li portò, in varie realtà, a prendere parte localmente a nuove esperienze di base, a partire dalle quali finirono ben presto per allontanarsi dal partito.
Quello che intendo sottolineare è che le lotte operaie del biennio 1968-1969 furono un vero e proprio terremoto sociale e politico, anche per le culture politiche della sinistra rivoluzionaria. Per quanto gli schemi ideologici della tradizione socialista e (soprattutto) comunista restassero fortissimi, tutt’al più da aggiornare alla luce della rivoluzione cinese e del pensiero di Mao Zedong, c’era una realtà nuova ed entusiasmante con la quale ci si doveva confrontare, che rimetteva al centro di ogni progetto rivoluzionario la classe operaia, i suoi comportamenti spontanei, le sue lotte e le sue forme di organizzazione. Per molti gruppi e collettivi di lavoro politico divenne fondamentale la convinzione che le lotte operaie esprimessero ormai un grado altissimo di “autonomia” (sia nei contenuti rivendicativi, sia nelle forme di mobilitazione di massa) e che questa autonomia mettesse radicalmente in discussione non solo tutte le forme tradizionali di organizzazione del movimento operaio, ma il modo stesso di concepire il processo rivoluzionario e le sue prospettive, al di là degli schemi ideologici ereditati da epoche storiche precedenti dello scontro di classe.
Ne derivò, sia pure in forme diverse, una diffusa cultura politica di tipo “movimentista” (non a caso accusata di “spontaneismo” dai gruppi marxisti-leninisti), che per molti versi operava una rottura profonda nei confronti dell’ortodossia comunista, o presunta tale, cioè delle ideologie che si richiamavano alla vulgata leninista e alla storia della Terza Internazionale. Soprattutto su due punti fondamentali: la distinzione tra lotte economiche e lotte politiche (con la presunta superiorità delle seconde sulle prime), e la concezione del “partito” come soggetto esterno alla classe (e alle sue organizzazioni di lotta) e unico depositario della teoria e della strategia rivoluzionarie. Per i principali gruppi della sinistra rivoluzionaria nati nel biennio 1968-1969, viceversa, le lotte operaie avevano in sé una valenza direttamente politica, non solo perché stavano mettendo in crisi l’intero sistema sociale e politico-istituzionale, ma anche per i loro contenuti estremamente avanzati: l’egualitarismo salariale e normativo, la contestazione radicale dell’organizzazione del lavoro, il rifiuto della delega ai sindacati e ai partiti, nonché (più in generale) la messa in discussione delle gerarchie sociali e la volontà di intaccare gli equilibri di fondo tra le classi. Di fronte a un fenomeno di quell’ampiezza, che a partire dalle fabbriche andava investendo l’intera società, qualsiasi progetto di organizzazione non poteva che nascere direttamente dall’interno del movimento, rispondendo innanzi tutto alle sue esigenze di rafforzamento e di generalizzazione.
Il gruppo che sembrò identificarsi più compiutamente con questa cultura “movimentista” fu Lotta Continua, soprattutto nei suoi primi anni (ma in parte lo si può dire per l’intero arco della sua storia). Talora adottando forme di agitazione e propaganda alquanto schematiche, che enfatizzavano oltre misura la forza del movimento in tutte le sue espressioni, con un palese disinteresse per le discussioni di carattere teorico, considerate quasi superflue, ma riuscendo indubbiamente (forse proprio per questo suo carattere aperto a suggestioni diverse e profondamente refrattario a ogni forma di dogmatismo) a essere l’organizzazione della sinistra rivoluzionaria più consistente per numero dei militanti, più diffusa a livello nazionale e maggiormente presente in ogni ambito di lotta sociale. Tanto da essere considerata ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, l’espressione più significativa dei movimenti rivoluzionari italiani degli anni Settanta.
Potere Operaio, che si era formato come gruppo nel 1969 (continuando l’esperienza de «La Classe») in maniera simile a Lotta Continua, con cui per alcuni anni condivise molte esperienze all’interno del movimento, aveva invece come sua caratteristica specifica il tentativo costante di intrecciare l’azione politica di massa con l’elaborazione teorica e programmatica. Usando il bagaglio concettuale del cosiddetto “operaismo” degli anni Sessanta, ma arricchendolo alla luce delle esperienze che i movimenti di classe stavano vivendo in quel momento. È particolarmente significativo, in questo senso, un articolo che pubblicò nel proprio giornale nell’ottobre del 1969 (durante il cosiddetto “autunno caldo”), intitolato Le tappe del movimento, nel quale sosteneva che non esiste «una teoria generale dell’organizzazione», ereditata dal passato e da applicare «non appena i tempi siano maturi». E la ragione – secondo PO – era «che non esiste l’organizzazione politica della classe operaia data una volta per tutte. Esiste invece l’organizzazione politica di un intero ed omogeneo ciclo storico della lotta operaia. Si tratta quindi ogni volta di una organizzazione determinata, specifica, che racchiude in sé la struttura interna della classe di un determinato periodo storico. […] Così, ad ogni ciclo di lotta operaia, ad ogni fase storica caratterizzata da una specifica struttura di classe e da interessi materiali precisi, corrisponde una determinata esperienza organizzativa o, se si vuole, di partito».
Le argomentazioni a sostegno di queste affermazioni erano principalmente due, entrambe incentrate sul discorso della “composizione di classe” (uno dei concetti fondamentali dell’operaismo teorico). Il movimento comunista formatosi attorno alla Prima guerra mondiale era l’espressione dei settori più qualificati e organizzati del movimento operaio, gli operai professionali, di mestiere. Mentre negli ultimi decenni i settori più omogenei e compatti erano diventati gli operai generici, i cosiddetti operai massa. Inoltre i movimenti di classe più recenti avevano visto l’intreccio strettissimo tra lotte operaie e movimento studentesco, che costituiva una novità storica importantissima; mezzo secolo prima, infatti, gli studenti universitari erano un gruppo sociale abbastanza ristretto, appartenevano nella quasi totalità a famiglie borghesi e sul piano politico erano perlopiù nazionalisti, mentre a partire dagli anni Sessanta erano molto più numerosi i figli anche di famiglie operaie, che si riconoscevano come “forza lavoro in via di formazione”, in qualche modo si sentivano al fianco degli operai e lottavano in forme analoghe alle loro. Qualsiasi progetto di organizzazione rivoluzionaria non poteva che prendere atto di queste modificazioni della composizione di classe e delle loro conseguenze sul piano dello scontro sociale. Non esistevano soluzioni certe, ma bisognava stare dentro i movimenti di lotta, riconoscerne l’originalità e l’autonomia, e imparare a interpretarne le tendenze, scoprendo nuove strade.
Credo che a Potere Operaio vada riconosciuto il merito di aver colto con una certa lucidità la complessità dei problemi che in quel momento i movimenti di classe si trovavano ad affrontare in una prospettiva rivoluzionaria. Al tempo stesso, tuttavia, credo sia un errore non tenere conto del fatto che quella lucidità d’analisi, per quanto valida sul piano del metodo, in realtà non riuscì a tradursi in un progetto politico e organizzativo efficace; e credo quindi che si tratti non di coltivarne il mito, ma di comprendere le ragioni di quel fallimento, a livello oggettivo e soggettivo. Giacché ciò che è certo è che gli sviluppi dello scontro di classe andarono in un senso alquanto diverso da quello previsto (non solo da Potere Operaio, ovviamente, ma da tutti i gruppi rivoluzionari), mettendo in evidenza molte contraddizioni e inadeguatezze delle culture politiche dell’epoca. Compresa quella operaista.
In questo senso la parabola politica e organizzativa di Potere Operaio, benché ovviamente limitata e parziale nel contesto di quegli anni, può costituire una chiave di lettura utile. Inizialmente, infatti, l’obiettivo del gruppo (ribadito più e più volte a chiare lettere) era riuscire a promuovere un’organizzazione autonoma della classe operaia a livelli di massa, sufficientemente forte e rappresentativa (almeno nei principali “poli” delle lotte di fabbrica) da poter contendere alle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, sindacati e partiti, la direzione politica complessiva dello scontro di classe, riuscendo a guidarlo verso il passaggio Dalla lotta sul salario alla lotta per il potere (titolo di uno degli articoli più significativi pubblicati dal giornale in quel periodo). E non c’era nulla di più estraneo alla sua cultura politica della prospettiva di agire come un “partitino”: termine che, non a caso, Potere Operaio usava sempre con disprezzo, nelle discussioni all’interno del movimento.
Fin dal 1970, tuttavia, fu evidente che quel progetto fosse sostanzialmente fallito. Se da un lato, infatti, le grandi lotte dell’autunno caldo avevano segnato indubbiamente un salto di qualità nello scontro di classe, consolidando la forza dell’autonomia di classe e aprendo una crisi generale del sistema, dall’altro non si era affatto verificata quella capacità di egemonia politica e organizzativa su cui aveva puntato l’area rivoluzionaria. Anzi: c’era stato un fortissimo recupero di credibilità da parte dei sindacati, grazie soprattutto alle nuove figure dei “delegati” all’interno delle fabbriche; un’operazione che, malgrado l’opposizione dei gruppi, aveva coinvolto un po’ ovunque la maggior parte delle avanguardie operaie. E per quanto i gruppi rivoluzionari continuassero ad avere un ruolo importante, sia per il loro radicamento in molte fabbriche, sia per il loro ruolo di socializzazione dello scontro all’esterno (in particolare tra gli studenti, universitari e medi, e nelle lotte per la casa nei quartieri popolari di alcune grandi città), era evidente che essi corressero il rischio, da lì in avanti, di essere confinati in una posizione sostanzialmente minoritaria proprio sul terreno delle lotte operaie.
Di questo rischio, Potere Operaio fu ben consapevole sin da subito, come dimostrarono le perplessità e le incertezze che segnarono il dibattito interno nel corso del 1970, nei primi due convegni nazionali (a Firenze, nel mese di gennaio, e a Bologna a settembre). Un dibattito nel quale andò progressivamente rafforzandosi, malgrado le istintive diffidenze e le resistenze di una parte dei militanti, la convinzione che l’autonomia della classe, di per sé, non fosse in grado di sfociare in un progetto politico rivoluzionario. E che per questo fosse indispensabile uno sforzo soggettivo dei gruppi rivoluzionari più legati alle lotte di fabbrica. Fu così che nel convegno di Bologna venne deciso di lanciare all’interno del movimento una proposta di “aggregazione” dei principali gruppi rivoluzionari, da realizzarsi attraverso la formazione, a partire dalle fabbriche, di Comitati Politici (un’operazione che impegnò a fondo l’organizzazione per alcuni mesi, ma che si risolse infine in un nulla di fatto, riuscendo a coinvolgere, tra molte contraddizioni, solo il gruppo costituitosi attorno alla rivista «il manifesto», con il quale nel gennaio del 1971 fu organizzato a Milano un convegno operaio che raccolse numerose realtà operaie a livello nazionale).
Per Potere Operaio si trattò di una svolta decisiva. Non solo perché segnò il definitivo abbandono (per la sua evidente impraticabilità) del progetto di costruire una forza politica di massa su basi operaie, ma anche (e forse principalmente) perché in quelle circostanze il gruppo iniziò ad adottare un punto di vista che sino a quel momento era sembrato pressoché estraneo alla sua cultura politica. La forte sottolineatura dell’elemento della “soggettività” come fattore decisivo per procedere nel processo rivoluzionario, infatti, si accompagnava apertamente all’indicazione della necessità di arrivare in tempi brevi alla formazione di un “partito” (sia pure ancorato necessariamente a una rete di organismi operai) che assumesse esplicitamente come programma politico da indicare ai movimenti di classe l’apertura dello scontro per la conquista del potere e per la dittatura operaia. (Alla fine del 1970 fu diffuso per questo un opuscolo intitolato proprio Alle avanguardie per il partito).
Dalla primavera del 1971, pertanto, Potere Operaio non fece che caratterizzarsi sempre più marcatamente, all’interno del movimento, per la radicalità di questo punto di vista. Per diversi mesi agitò la parola d’ordine dell’«insurrezione» (tema che fu al centro del congresso nazionale tenuto a Roma nel mese di settembre), alla quale si sarebbe dovuti arrivare attraverso la costruzione di “scadenze” organizzate di lotta in cui alzare progressivamente il livello dello scontro. E allo stesso tempo iniziò a discutere apertamente, nel giornale, di lotta armata, confrontandosi con le prime esperienze in quel senso delle Brigate Rosse e dei Gruppi di Azione Partigiana, per criticarne alcune posizioni (in particolare l’organizzazione di tipo classicamente guerrigliero) ma riconoscendone comunque l’importanza e la legittimità politica.
Le contraddizioni, tuttavia, furono subito evidenti e laceranti. Ovviamente non è questa la sede per ricostruire tutti i passaggi che portarono al progressivo declino del gruppo, alla sua dissoluzione e contemporaneamente alla formazione, da parte di una sua componente significativa (soprattutto a Milano e nel Veneto), dei collettivi di lavoro politico legati alla rivista «Rosso» e alla più generale “area dell’Autonomia”. D’altra parte, si tratta di vicende sufficientemente note e studiate, grazie in particolare all’attività della casa editrice DeriveApprodi. A me sembra importante, invece, fare qualche considerazione di carattere generale (sia pure in sintesi) sulle contraddizioni che caratterizzarono quelle esperienze, di cui in genere si discute molto poco sul piano storico-politico.
Una prima considerazione riguarda il cosiddetto “operaismo” italiano nel passaggio dagli anni Sessanta agli anni Settanta. Passaggio che, al di là dei miti, a mio giudizio fu tutt’altro che lineare, fin dal biennio 1968-1969, in cui, com’è noto, le diverse componenti che avevano animato la rivista «classe operaia» si divisero radicalmente sul piano politico (e inevitabilmente, in parte, anche su quello teorico), proprio in merito ai giudizi sul significato e le prospettive delle lotte operaie. In altre parole, se si stesse creando o meno una situazione complessiva di classe potenzialmente rivoluzionaria. Potere Operaio, infatti, nacque esattamente sulla base di questo giudizio, ma per argomentarlo (e per operare di conseguenza) dovette inevitabilmente andare oltre i fondamenti dell’operaismo “classico”. Credo, in altre parole, che l’operaismo degli anni Sessanta offrisse senz’altro un bagaglio teorico di enorme valore e alcune indicazioni fondamentali per l’azione politica di classe, ma avesse sempre ragionato su come le lotte operaie potessero mettere in crisi il sistema, non su cosa sarebbe successo se quell’ipotesi si fosse realizzata. E non a caso, fu proprio su quel tema (possiamo dire su come potesse realizzarsi la rivoluzione) che Potere Operaio, prima, e i collettivi autonomi, poi, tentarono (senza riuscirvi) di trovare risposte adeguate alla radicalità dello scontro in atto.
In questo senso è significativo (e credo meriterebbe di essere approfondito) il recupero che fu fatto di alcune tematiche “leniniste”, sia pure tentando di adattarle al problema della rivoluzione in una situazione di capitalismo avanzato e di democrazia politica sviluppata. Un’operazione legata soprattutto al lavoro teorico di Toni Negri, sin dalla pubblicazione, in uno dei primi numeri di «Potere operaio», di un articolo intitolato Cominciamo a dire Lenin. Lo stesso Negri fu poi il principale animatore di un seminario su Lenin tenuto all’università di Padova nel 1972-1973, da cui trasse qualche anno dopo il volume La fabbrica della strategia. Si trattava di una rilettura originale del pensiero leniniano (si può dire una sorta di “neoleninismo”), che Negri tentava di conciliare in qualche modo con gli assunti di fondo dell’operaismo, ma dal quale, al tempo stesso, tendeva a trarre una sorta di «teoria della rivoluzione operaia» (parole di Negri del 1969) basata da un lato sulla necessità dello scontro aperto e violento con lo Stato, dall’altro sulla sostanziale distinzione tra organizzazione soggettiva delle avanguardie e autonomia della classe, che pure dovevano restare unite come due facce di una stessa medaglia. Questa, secondo me, resta una contraddizione profonda nel pensiero di Negri di quegli anni.
Un’altra considerazione riguarda le ragioni (ammesso che sia possibile individuarle con chiarezza) del fallimento di quelle esperienze. Io credo che Potere Operaio non avesse torto, in realtà, quando sottolineava la necessità (anzi: l’urgenza) che la forza delle lotte operaie trovasse uno sbocco politico sul terreno del potere, cioè dei rapporti di forza complessivi nella società. Ma in questo senso non seppe andare oltre le indicazioni di principio, finendo con il privilegiare (schematizzando) il tema della rottura violenta con lo Stato e con il sottovalutare invece le condizioni “sociali” dell’apertura di un processo rivoluzionario. Si può pensare che il gruppo desse per scontata la forza dei movimenti di classe e la loro capacità autonoma di mettere capo a forme di organizzazione adeguate. Ma credo non ci sia dubbio che di fatto, da un certo punto in poi, abbia smesso di impegnarsi a fondo sul terreno delle lotte di fabbrica, o quanto meno vi abbia dedicato molta meno attenzione che in origine, con conseguenze obiettivamente molto pesanti sull’efficacia della propria azione politica.
Si può dire (la pongo come una domanda e come un’ipotesi passibile di smentite) che da un certo punto in poi l’area di movimento rappresentata da Potere Operaio, prima, e dai collettivi autonomi, poi, abbia smesso di considerare la fabbrica (in senso lato) come il terreno fondamentale dello scontro sociale e politico? In questo senso è indubbio che abbia avuto un certo peso la teorizzazione (anche in questo caso dovuta soprattutto a Negri, che vi dedicò un volume nel 1978) di un mutamento avvenuto nella composizione della classe, al cui centro sarebbe stato, nella seconda metà degli anni Settanta, il cosiddetto “operaio sociale”. Una tesi che, al di là delle intenzioni (anche questo sarebbe un punto meritevole di essere approfondito), in diversi settori dell’area “autonoma” fu interpretata nel senso che le lotte operaie avessero sostanzialmente perso la loro centralità politica. Che lo scontro di classe avvenisse ormai soprattutto a livello sociale, coinvolgendo vari soggetti diversi (tutti ugualmente rivoluzionari), e fosse sostanzialmente uno scontro tra movimento rivoluzionario e Stato. Mi rendo conto che, detto così, risulta davvero molto schematico, ma penso che a distanza di tanti anni sarebbe davvero il caso di discuterne seriamente.
Per concludere. Il problema, a mio giudizio, era che le lotte e le forme di organizzazione della classe risultavano talmente ricche e articolate (e complicate), da sfuggire a qualsiasi tentativo di tradurle in un processo organizzativo ben definito. Nelle fabbriche, in particolare, si intrecciavano tre fattori: l’auto-organizzazione informale dal basso (l’esempio più eclatante fu forse il blocco totale degli stabilimenti della Fiat, a Torino, nel marzo del 1973), l’attivismo delle sinistre sindacali (spesso in conflitto aperto con le proprie organizzazioni di riferimento) e il ruolo dei gruppi rivoluzionari, che malgrado tutto restò significativo sino alla fine del decennio. Qualsiasi progetto rivoluzionario degno di questo nome avrebbe dovuto confrontarsi prima di tutto con questo fenomeno e con la sua complessità, che mal si conciliava con larga parte del bagaglio politico-ideologico prevalente anche nei gruppi politici più legati ai movimenti di classe. Ma le cose, purtroppo, andarono alquanto diversamente. E messi sulla difensiva (e poi sconfitti) gli operai, l’intero movimento si avviò al proprio declino negli anni Ottanta. D’altra parte, molti militanti dei gruppi operaisti, a quel punto, erano in carcere, riparati all’estero, o ridotti al silenzio. Ma questa, com’è noto, è un’altra storia.
NOTA
(*) Questo testo riproduce la relazione presentata e discussa nel corso del seminario intitolato La sinistra radicale nel XX secolo, che si è svolto a Castelnuovo Calcea (Asti) dall’8 al 12 ottobre 2024.

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