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LE DONNE AL CENTRO DELLA STORIA DELLE LOTTE SINDACALI NEGLI STATI UNITI

Join the CIO (I am a Union Woman) è una canzone del 1959 di Aunt Molly Jackson. Fu scritta in sostegno alla federazione sindacale statunitense CIO, Congress of Industrial Oganization. Una strofa dice: “Sono una donna del Sindacato. Coraggiosa come posso essere. Non mi piacciono i padroni. E non piaccio ai padroni. Unisciti al CIO”.

Qual è stato il ruolo delle donne nelle lotte sindacali degli USA?

United Auto Workers (UAW) sta chiedendo l’emissione di un francobollo che ricordi Walter Reuther. Presidente di UAW dal 1946 al 1970, tra i propugnatori della scissione del CIO dall’AFL negli anni Trenta e uno dei fautori del suo reingresso in senso moderato negli anni Cinquanta. Operaio alla Ford (anche, per 2 anni, assieme al fratello, nella fabbrica Ford in Unione Sovietica), simpatizzante comunista (cosa che ha sempre cercato di nascondere), poi socialista; infine anticomunista, repressore dei dissensi interni all’UAW negli anni ’50. Figura centrale di un caucus (una componente sindacale interna) che ha gestito quel Sindacato per 70 anni fino alla prigione comminata al gruppo dirigente per aver ricevuto tangenti da Marchionne dell’allora Chrysler.

Il francobollo, Reuther lo avrà con difficoltà, coi tempi che corrono oggi negli USA. Ma viene da domandarsi se e quali siano invece i ricordi pubblici in memoria delle tantissime donne statunitensi che si sono battute per conquistare condizioni di lavoro decenti, e non discriminate rispetto a quelle gli uomini, in una Nazione che ha una grande tradizione di repressione delle lotte sociali.

Miller, Rosie the Riveter, 1943 (fonte: wikipedia)

L’unico francobollo degli USA che ricordi il lavoro delle donne è quello di Rosie the Riveter (Rosa la rivettatrice, la ribattitrice di bulloni nelle costruzioni edili). Un personaggio di fantasia di un manifesto del 1943 e della canzone abbinata: “sto facendo la storia, sto lavorando per la vittoria”, che simboleggiò le donne che lavorarono nelle fabbriche durante la Seconda Guerra Mondiale per sostituire gli uomini sotto le armi. Molte delle quali dovettero “tornare a casa”, quando essi tornarono dal fronte.

La risposta a ciò che chiediamo più sopra è facile anticiparla: la storia l’hanno scritta in quel periodo quasi solo gli uomini. Dunque quelle donne non sono quasi mai rievocate ufficialmente ma solo ricordate da chi anche oggi cerca di seguirne l’esempio.

Riavvolgiamo dunque il filo della storia e sinteticamente riportiamo alcune delle principali vicende delle iniziative delle donne per i diritti, di voto e sul lavoro.

Le prime lotte negli USA per il voto delle donne iniziarono con la Convenzione per la parità dei Diritti di Seneca Falls (NY) del 1848. Le suffragette erano ridicolizzate, aggredite, arrestate per aver tentato di votare, diseredate dalle famiglie. Nel 1890 nacque l’Associazione Nazionale Americana per il Suffragio Femminile. Manifestazioni, presenze davanti alla casa Bianca, referendum, azioni legali, portarono nel 1920 all’approvazione da parte del Congresso del XIX emendamento costituzionale, che garantiva alle donne il diritto di partecipazione elettorale. Questa vittoria fu anche frutto delle iniziative del Movimento per la temperanza, che non fu “una crociata moralistica di fanatici religiosi”, immagine a cui spesso è ridimensionato, ma anche una lotta per il suffragio universale, la parità sul lavoro e contro l’impatto dell’alcolismo degli uomini contro le donne e i bambini in termini di violenze domestiche e di sperpero di risorse economiche famigliari a favore dei mercanti di liquori. La presidente della Woman’s Christian Temperance Union, Frances Willard, portò quel Movimento ad essere una delle più grandi organizzazioni femminili del mondo.

Oggi, settori del potente cristianesimo reazionario che appoggia Trump, mettono in discussione tale diritto di voto delle donne. Qualcuno non si vergogna di dire che le donne non dovrebbero più “essere autorizzate” a votare, perché nella società cristiana ideale, così come propugnata dai bigotti reazionari, esse devono essere sottomesse ai mariti. Pete Hegseth, segretario alla Difesa del governo Trump, è un seguace di un pastore nazionalista e ha ripubblicato ad agosto sui social un video della CNN, che vede il religioso pregare in quella chiesa, corredato dall’opinione di altri due pastori. Uno di loro, sostiene l’abrogazione del XIX emendamento; l’altro, vorrebbe un voto per famiglie, con l’uomo che vota per tutti. Hegseth non ha smentito le loro affermazioni.

Passiamo al mondo del lavoro. Posto che ciò favorisca la radicalità di quei sindacati, è senz’altro un passo avanti assai grande, rispetto a una storia di discriminazioni, il fatto che oggi, negli Stati Uniti, la Federazione sindacale AFL-CIO sia diretta da una donna, Liz Shuler. AFL-CIO ha 15 milioni di iscritti a 67 sindacati affiliati. Tra cui Unite HERE, che, nel 2024, ha eletto presidente Gwen Mills, la prima donna dopo 130 anni di storia di quella Union, che organizza soprattutto la forza lavoro dei grandi hotel. April Verrel è invece presidente del Service Employees International Union (SEIU), che ha 2 milioni di iscritti nella sanità e nei servizi pubblici e a cui è affilato Starbucks Workers United, che sta sindacalizzando la multinazionale delle caffetterie.

Ma è un problema solo di donne al vertice? E, soprattutto, sono state superate tutte le discriminazioni sul mondo del lavoro? Una società non basata sul profitto, quanto meno le istanze che la propugnano, saprebbero da subito fare meglio sull’argomento? Due grandi organizzatrici politiche e sindacali come E. G. Flynn e Angela Davis, considerarono, in periodi diversi, la prima, che nello sciopero di Lawrence del 1912 “c’era una notevole opposizione da parte dei maschi a che le donne partecipassero alle riunioni e ai picchetti”; la seconda, nella sua autobiografia, che ancora negli anni ‘60 numerosi militanti neri erano fortemente antifemministi (affermavano che “le donne vogliono comandare e così privare gli uomini della loro virilità”).

Malgrado la strada delle lotte del Lavoro degli USA sia rilevante, le donne hanno sempre dovuto camminarvi in salita: erano rifiutate (assieme ai neri) dai primi sindacati degli USA. Incolpate, le une (e gli altri), di abbassare le retribuzioni e di fare da crumiraggio rispetto ai maschi, molti dei quali arrivati negli ultimi decenni dell’Ottocento con notevoli capacità professionali, tali da insidiare il ruolo di comando che il padronato esigeva. Gli operai non professionalizzati (unskilled) crebbero poi sempre più di numero e anche di rilevanza sindacale: dal 1870 al 1900 il numero dei salariati negli USA crebbe da 12 a 29 milioni, e contemporaneamente la presenza delle donne, di solito destinate a lavori unskilled, salì da un ottavo a un quinto e si inverarono importanti lotte ed anche organizzatrici sindacali e politiche.

La National Labor Union (NLU) di William Sylvis, nata nel 1866 a Baltimora, fu la prima federazione nazionale che intendeva organizzare i vari settori del mondo del lavoro e tutti i loro addetti (donne e uomini, neri e bianchi). Essa visse solo per sei anni ma, contrariamente ad altri Sindacati e coerentemente con la linea della Prima Internazionale, a cui la sua local (sezione) numero 5 fu la prima ad aderire negli USA, cercò di riunificare la classe: nel congresso del 1869 (quando dichiarò mezzo milione di associati) superò le differenze di sesso e di colore di pelle, iscrivendo anche le donne (e, dopo un lungo dibattito, i neri). Una scelta rifiutata peraltro da alcune Union associate. Sylvis perorò l’accettazione delle donne nel NLU, così come la parità salariale cogli uomini, inserendo come Vicepresidente di NLU una donna, Kate Mullaney, Presidente della Collar Laundry Women’s Union, che organizzava le lavoratrici dei colletti degli abiti.

Anche un’altra federazione, i Knights of Labor (KL), nata nel 1880 e spazzata via dalla repressione del periodo seguente l’impiccagione degli anarchici di Chicago dopo la bomba di Haymarket, si rivolgeva a tutti i lavoratori (anche unskilled, donne e neri) e rappresentò, col suo milione di iscritti, la più importante organizzazione sindacale di fine Ottocento. Le molte donne che vi aderirono, organizzavano assemblee, separate o meno dagli uomini. Ma solo una, Mary Stirling, operaia calzaturiera di Philadelphia, fu delegata all’Assemblea generale dei KL nel 1883.

Alla sua nascita, invece, la tuttora esistente come AFL-CIO, nata nel 1886 come American Federation of Labor (AFL), rifiutava invece le donne e i “non bianchi”, centrata com’era esclusivamente sui lavoratori professionalizzati, tutti uomini.

In generale, la scarsa sindacalizzazione delle donne corrispondeva, anche nei Sindacati di settori di manodopera prevalentemente femminile, ad una quasi assenza delle stesse dagli organismi dirigenti.

Fu così anche nell’Industrial Workers of the World (IWW), nato nel 1905 dall’incontro tra i socialisti dell’Est degli USA e i militanti della Western Federation of Miners (WFM). Dalla WFM della zona mineraria di Denver, roccaforte di quello storico sindacato, veniva pure Emma Langdon, organizzatrice dei lavoratori tipografici, che coprì poi l’importante ruolo di assistente del successivo segretario IWW, Big Bill Haywood. Anche nella sala di Chicago dove veniva fondata forse la più significativa organizzazione della classe lavoratrice statunitense, molte donne erano presenti o intersecarono poi la storia dell’IWW.

Cinque di loro possono essere citate tra le più significative presenze delle lotte degli inizi del 900:

Lucy Parsons (fonte: wikipedia)

Lucy Gonzales Parsons era a Chicago alla fondazione dell’IWW. Anarchica, nata ad El Paso da padre pellerossa e madre schiava afroamericana (ma lei dichiarò sempre che fossero entrambi messicani). Attivista in favore di prigionieri politici; di neri, latini, senzatetto, organizzò a Chicago movimenti sindacali per le 8 ore di lavoro e, nel gennaio 1915, manifestazioni contro la fame. Fu in contrasto con Emma Goldman sul tipo di femminismo da praticare: L.G.Parsons riteneva dovesse essere indirizzato solo verso le donne proletarie e non alla sessualità (contraccezione, amore libero, ecc.). A quasi 90 anni, nel 1940, uno dei suoi ultimi comizi lo fece di fronte alla International Harvester, la fabbrica di Chicago dove nella mattinata del 3 maggio 1886 (più di 50 anni prima) la polizia uccise quattro scioperanti, che erano stati sostituiti da crumiri e da pistoleri dell’agenzia Pinkerton. Nella serata del giorno seguente, nello stesso luogo, avvennero i fatti di Haymarket, utilizzati per impiccare i “Martiri di Chicago”, tra cui il marito di Lucy Parsons, Albert. Attorno al 1990 furono fondati, e intitolati a L.G.Parsons, a Minneapolis un centro studi e di iniziativa politica e a Boston una libreria / spazio comunitario. A Chicago, dal 2004, anche un parco sulla Belmont Avenue prende il suo nome.

Mary Harris Jones (fonte: wikipedia)

Mother Jones (Mary Harris), di origine irlandese, ebbe una storia che Upton Sinclair descrisse come “un’autentica odissea di rivolta”: ancora bambina lavorò in ferrovia, ebbe quattro figli morti di febbre gialla a Memphis (Tennessee), organizzò tessili e minatori ed anche i loro figli, a partire dallo sciopero di Kensington (Pennsylvania) delle industrie tessili, dove lavoravano anche 10.000 fanciulli/e. Organizzò una marcia per l’abolizione del lavoro minorile a Washington con gruppi di donne che avevano esperienze di scontri coi crumiri, “armate” di scope e padelle. Fu arrestata, quasi novantenne, con William Z. Foster, durante lo sciopero delle acciaierie del 1919. A Mother Jones è dedicata una rivista della sinistra statunitense.

Elizabeth Gurley Flynn, di origini irlandesi, fu una donna di frontiera (militante dell’IWW, cattolica, socialista, comunista). Precoce militante socialista (a sedici anni tenne il suo primo discorso pubblico all’Harlem Socialist Club di NY sul tema “Cosa farà

Elizabeth Gurley Flynn (fonte: wikipedia)

il Socialismo per le donne”), ebbe un ruolo importante nello sciopero di Lawrence del 1912. Espulsa con Ettor dall’IWW per divergenze in merito al processo per uno scontro a fuoco durante lo sciopero di Masabi (Minnesota), fu tra i fondatori nel 1920 dell’American Civil Liberties Union per le libertà civili. Scrisse anche un libello sul sabotaggio delle macchine in fabbrica, che poi ritirò. Entrò nel 1936 nel Partito Comunista degli USA (CPUSA) per il cui giornale, “Daily Worker”, curò una rubrica femminista e fu incarcerata per due anni durante il maccartismo. Nel 1961 divenne la Presidente del CPUSA e morì durante un viaggio in Unione Sovietica: E’ sepolta nel cimitero Waldheim di Chicago, vicino alle tombe di Debs, Haywood, Goldam e ai Martiri anarchici, impiccati nel 1886. Lasciò le sue poche cose alla Casa dei lavoratori cattolici organizzata a New York dall’attivista sociale cattolica Dorothy Day. A Flynn è dedicata una canzone del 1911 di Joe Hill, The Rebel Girl: “Perché è bello lottare per la libertà assieme alla Ragazza Ribelle. Sì, le sue mani son rovinate dal lavoro e i suoi abiti possono non essere molto eleganti. Ma dentro il petto le batte un cuore fedele alla sua classe e ai suoi simili”. Il cartello istituzionale che la ricordava a Concord, (New Hampshire), città della sua nascita, è stato installato nel 2023, e fatto rimuovere dopo due settimane dal governatore dello Stato (1).

“Box Car” Bertha Thompson, figlia di una socialista dell’IWW, come lo sarà anche lei. Hobo (termine d’incerta provenienza, che significa vagabondo, fu la manodopera in perenne movimento verso l’ovest degli USA), sempre in movimento sui treni (il soprannome di Bertha è quello del vagone merci chiuso, usato spesso dagli hobo per spostarsi, senza pagare il biglietto, attraverso gli USA), visse in simbiosi con la strada ferrata; una vagabonda vestita da viaggio con abiti maschili, era ancor peggio trattata in quanto donna. Attivista della Women Itinerants’ Hobo Union delle Sisters of the Road, nel periodo del New Deal progettò una “università per vagabonde” e l’istituzione di luoghi di servizi per le donne in viaggio. Il film di Scorsese, tratto dalla sua autobiografia, non le rende merito, perché, maschilisticamente, lei non è la protagonista. Nel suo libro, Box Car Bertha scrive: “Ho fatto tutto quello che mi ero prefissa di fare. Avevo voluto sperimentare cosa si prova a essere una vagabonda, una radicale, una prostituta, una ladra, una riformatrice, un’assistente sociale e una rivoluzionaria. Ne è valsa la pena”.

Emma Goldman

Emma Goldman, anarchica, di origine lituana e di famiglia ebrea, fu più volte arrestata durante i movimenti sociali e anche per le iniziative per la contraccezione e “l’emancipazione della donna” (come allora era denominata). Emigrata negli USA quando aveva 15 anni, compagna di Alexander Berkman, che cercò di uccidere Henry Frick, amministratore delegato delle acciaierie di Homestead, dove nel 1882 si svolse un duro scontro sociale con l’uccisione di 16 operai da parte dell’agenzia Pinkerton. Grande comiziatrice, espulsa daglI USA, abbandonò poi anche l’Unione Sovietica dopo la rivolta repressa a Kronstadt (1921). A Barcellona durante la Guerra civile contro il fascismo, morì poi nel 1940 in Canada durante un comizio.

Ma aldilà dei nomi più conosciuti, centinaia furono le donne al centro di lotte sindacali di cui si possono ricordare qui le vicende più drammatiche e/o le più importanti.

Nel 1860 una fabbrica di Lawrence (Massachusetts) crollò sulle operaie facendo 80 morti; nel 1866 a Providence (Rhode Island) un’altra fabbrica con 600 lavoratori, anche qui in maggioranza donne, prese fuoco e molte morirono.

Le donne ebree, reduci dalla rivolta di New York del 1902 contro gli aumenti dei prezzi della carne, furono l’ossatura della lunga lotta nelle fabbriche di abbigliamento della città. Nel 1909 vi si svolse, in inverno, uno sciopero generale di due mesi di 500 fabbriche (i cosiddetti sweatshop) che coinvolse 20.000 camiciaie. Salari più alti e sicurezza sul lavoro erano le rivendicazioni di quelle donne a cui, durante l’attività, era fatto divieto di cantare, di ridere, di parlare, ed erano sottoposte a perquisizioni e molestie sessuali. All’inizio del film I’m not a Rappaport, il protagonista, allora bambino, assiste alla nascita di quello sciopero contro i padroni ma anche contro il sindacato, che escludeva le donne o ne ignorava le istanze. Furono le donne che proclamarono lo sciopero e lo suggellarono col giuramento ebraico “Mi possa appassire la mano che ora sollevo, se dovessi tradire la causa”. Con ciò, fondarono una propria sezione sindacale, tutta di donne: la Local 25 dell‘International Ladies Garment Workers Union. Lo sciopero rafforzò quel sindacato, le sue organizzatrici sindacali donne (che si battevano anche per il diritto di voto) e la progressiva presenza di neri (in un mondo sindacale che ancora li rifiutava). Lo sciopero del 1909 fu chiamato “delle ragazze”. Lavoravano 56 ore a settimana in luridi edifici, con una paga da tre a sei dollari a settimana. Mille di loro furono arrestate e appoggiate dalle suffragette, dalle maestre di scuola, dal rabbino, da Emma Goldman.

Lo sciopero delle camiciaie di New York conseguì un successo parziale: ad un miglioramento delle condizioni e della retribuzione del lavoro non corrispose il riconoscimento del Sindacato. Due anni dopo, la fabbrica dove iniziò lo sciopero del 1905, ma che non firmò l’arbitrato raggiunto, la Triangle Shirtwaist, prese fuoco. Nei tre piani più alti dell’edificio le porte dei laboratori tessili erano chiuse: ci furono 146 morti (di cui 123 donne, la più giovane Rosaria Maltese di 14 anni, in gran parte di origine italiana ed ebrea), bruciati/e o caduti/e dalle finestre e nei pozzi degli ascensori per salvarsi, poiché le scale dei pompieri non potevano arrivare che al settimo piano degli edifici. Un corteo di 100.000 persone si tenne in memoria delle vittime. C’è chi fa risalire il giorno dell’8 marzo come Giornata della Donna a quel tragico episodio. Altri ricordano che in quella data, ma nel 1917, le donne di San Pietroburgo affrontarono i cosacchi per chiedere la fine della guerra e diedero il colpo di grazia al regime zarista (a questa data farebbe capo la decisione della seconda Conferenza internazionale delle donne comuniste del 1921). In ogni caso, fu il Socialist Party of America a promuoverla concretamente per primo, il 23 febbraio 1909, non solo per il diritto di voto ma anche contro lo sfruttamento del lavoro. Solo nel 2023, l’edificio della tragedia della fabbrica di New York, nel Greenwich Village, ora sede dell’Università di Scienze, ha avuto una degna commemorazione con l’inaugurazione di un’installazione-memoriale sulla facciata. L’opera, uno dei pochi monumenti dedicati negli Stati Uniti ai lavoratori e alle loro, spesso tragiche, lotte, consiste in un nastro in acciaio sulle facciate meridionale e orientale della casa, su cui sono incisi i nomi e le età delle vittime, che si riflettono su un pannello, come fossero apposti nel cielo. Sul bordo inferiore del pannello sono incise le testimonianze dei pochi sopravvissuti al rogo, scritti nelle loro lingue. L’installazione è il frutto di un quindicennio di lavoro da parte della Remember the Triangle Fire Coalition, composta da discendenti delle vittime, istituzioni, associazioni e sindacati.

Un altro grande sciopero fu quello di Lawrence (Massachusetts) del 1912, organizzato dall’IWW. All’epoca, Lawrence era la più grande città manifatturiera tessile del mondo. Nei quattro tetri stabilimenti tessili dell’American Woollen lavoravano 40.000 persone (il 50% degli abitanti), per la metà donne e bambini. Lo slogan dello sciopero (ripreso da una poesia del poeta pacifista James Oppenheim) fu We Want Bread and the Roses too (“Vogliamo il pane ma anche le rose”) Uno slogan che andava oltre al tradizionale Bread and Butter (“Pane e burro”) dell’AFL. Per sottrarli al freddo e alla fame (e anche dall’azione antisciopero degli insegnanti), 400 bambini piccoli, accompagnati da bàlie, furono trasferiti altrove, presso famiglie solidali. L’organizzatrice dell’esodo fu Margaret Sanger, responsabile femminile del Socialist Party of America (SPA) e in seguito una delle prime sostenitrici dell’uso degli anticoncezionali. Fu l’uccisione di un’operaia italiana, Anna Lo Pizzo, fatta da un poliziotto, a far arrestare per cospirazione ed incitamento alla violenza alcuni organizzatori, poi scarcerati: Joseph Ettor, Arturo Giovannitti; e anche Joseph Caruso come presunto uccisore. Ma furono le donne a vincere lo sciopero di due mesi di Lawrence: “picchettarono al gelo, incinte o con i bimbi in braccio, marciarono coi cartelli nei cortei coi quali chiedevano pane e rose”, scontrandosi anche con lo scetticismo, se non con la disapprovazione, di molti uomini. Organizzarono riunioni per donne, anche per non lasciarle a casa, isolate dall’attività quotidiana degli scioperanti, sottoposte alle pressioni dei negozianti, dei padroni di casa, del clero cattolico e protestante.

Nel successivo similare sciopero di Paterson del 1913, furono i terreni di una casa- trattoria (con giochi da bocce) a West Hoboken, ora Union City (New Jersey), a ospitare i comizi, vietati dal sindaco della città, che raccolsero fino a 15.000 lavoratori. Gli ospitanti, Maria Boggio e il marito, Pietro Botto, venuti da Biella e simpatizzanti dell’IWW, finirono in lista nera ma la Botto House fu inserita nel 1970 nell’elenco dei siti storici e nel 1982 designata U.S. National Historic Landmark, primo sito connesso con la storia degli italiani in America ad avere tale riconoscimento, oltre che Museo del Lavoro statunitense che ricorda la storia sindacale.

Dopo la sconfitta dello sciopero di Paterson, che accentuò la divisione interna tra centralizzatori e collegiali all’interno dell’IWW, E. G. Flynn disse che lo sciopero doveva servire a tornare al lavoro non con un vantaggio temporaneo ma con una coscienza di classe: “una vittoria operaia deve essere economica e deve rivoluzionarizzare”.

Nel 1919-1920 ci fu una vera propria guerra civile contro il “feudalesimo appalachiano” di oppressione e sfruttamento capitalistico: case dei minatori dinamitate, minatori in armi così come le guardie padronali, 30 morti da una parte e dall’altra. Più o meno quanto la regista Barbara Kopple filmò, con notevole pericolo suo e della troupe, ancora nel 1973 a Brookside col suo film Harlan County USA: case da baraccati senz’acqua corrente, donne ai picchetti, aiuto delle congregazioni religiose, fronteggiamenti di scioperanti e guardie private in armi.

Nelle marce per il lavoro, organizzate non solo dalla sinistra, Box-Car Bertha notò, nella sua autobiografia, che la metà delle partecipanti a quella di Chicago del 1934 erano donne, “unite dalla comune prospettiva di dover affrontare l’inverno senza un lavoro e un’assistenza adeguati”. Chiedevano un programma di lavori pubblici con salari sindacali ed anche vestiti, coperte e carbone.

Il New Deal di F.D.Roosevelt, qualunque parere si voglia darne, attizzò un movimento sociale che spesso, con un grande attivismo della classe lavoratrice, andò oltre i confini del riassestamento capitalistico e valorizzò anche le donne, la cui presenza nel mondo del lavoro crebbe col conseguente aumento della loro sindacalizzazione da 800.000 iscritte alle Union del 1938 alle 3,5 milioni nel 1945. Una crescita sindacale totale, dai tre milioni nel 1933 ai nove milioni nel 1939, favorita dal NLRA (National Labor Relaction Act) o Wagner Act, che sancì il diritto alla libera iscrizione al Sindacato e l’elezione a scrutinio segreto di rappresentanze aziendali dei lavoratori, che dovevano essere accettate (cosa che ha sempre avuto difficoltà a praticarsi) dal padronato come controparte per la stipula dei contratti.

In un crescendo di occupazioni dei posti di lavoro, l’episodio più noto di quegli anni accadde a Flint nel Michigan, dal dicembre 1936, alla General Motors (GM), organizzato dalla UAW. La GM assumeva soprattutto operai che venivano dal Sud ad abitare case senz’acqua corrente e riscaldamento. Le differenze di retribuzione tra uomini e donne erano forti (45 centesimi all’ora gli uomini, 12 centesimi e mezzo le donne del reparto candele). Spie della direzione s’aggiravano nei reparti leggendo il labiale dei discorsi degli operai per scoprire se parlavano di Sindacato. Potevi essere pestato per strada dai gorilla di fabbrica se cercavi di organizzarti collettivamente: “Appena passi i cancelli della GM, dimenticati la Costituzione degli Stati Uniti”. Alla vigilanza aziendale si contrapposero anche gli squadroni volanti operai di altre città e un gigantesco picchetto di donne e bambini: le famiglie degli occupanti. Il Sindacato aveva deciso che solo gli uomini potessero restare nei reparti. Ma le donne in sciopero e le mogli dei 5.000 scioperanti lavorarono alle commissioni esterne di supporto, e 350 di loro formarono una Brigata d’Emergenza femminile, immortalata in un dipinto di Ben Sahn e nelle fotografie dei momenti di duro confronto con la polizia. In un periodo, quello del New Deal, le cui foto sociali più incisive furono scattate da una donna, Dorothea Lange. Al taglio del riscaldamento e del cibo nei reparti occupati della GM, rispose l’inventiva degli operai e delle loro mogli. In prima fila le operaie attaccate coi gas lacrimogeni allo stabilimento Chevrolet 9. Ma la GM ebbe paura di entrare coi suoi armati negli stabilimenti e il Governatore dello Stato resistette alle richieste di farlo con la Guardia Nazionale, che schierò soltanto per prevenire le azioni delle squadracce. L’occupazione, che coinvolgeva 5.000 dipendenti, che a Flint s’era allargata anche alla gigantesca fabbrica Chevrolet 4, si diffuse in altri stabilimenti per arrivare infine alla firma del contratto collettivo, seguito poi da quello della Chrysler e quello della Ford. Su YouTube si trova il documentario del 1979 With Babies and Banners (Con bambini e bandiere) di Lorraine Gray che parla di quella Women’s Emergency Brigade del UAW. Intervistate 40 anni dopo, queste donne sono ancora nel Sindacato a sostegno della piena parità femminile.

Alle azioni antisindacali la destra statunitense trovò un saldo appoggio nella Corte Suprema, che ha negli USA il compito di verificare le leggi votate dal Parlamento e varate dal Presidente. Fino al New Deal, e non solo, essa, come come di nuovo oggi, fu sempre il presidio degli interessi padronali, una superlegislatura contro le leggi sul lavoro, che spesso falcidiò, bloccando a più riprese il minimo salariale per donne e fanciulli/e e le blande misure legislative per la parità di trattamento sul lavoro (a partire dal decreto Johnson del 1967 per le dipendenti pubbliche).

Fu paradossalmente la guerra mondiale degli anni ’40 a smuovere le cose, innescando un aumento di occupazione femminile (che nel 1970 raggiunse il 43% di occupate, anche se in maggioranza in mansioni dequalificate, per arrivare nel 1991 al 57%) e permise l’impulso delle lotte del movimento sindacale anche in settori dove le donne erano ormai in maggioranza, in particolare nel pubblico impiego. Ancora in quel periodo, ciò raramente corrispondeva una presenza conseguente negli organismi dirigenti.

Eppure, in molte situazioni, gruppi di donne organizzarono lotte dentro e fuori del posto di lavoro. Come le organizzatrici di We, a Chicago, che affrontarono la multinazionale Kraft Food, ottenendo un risarcimento di 500.000 dollari per la discriminazione sul lavoro, e ripeterono l’iniziativa contro casi similari in banche ed assicurazioni. O le 9.500 operaie che si organizzarono nel 1972-1973 a El Paso (Texas) in una delle sette fabbriche di pantaloni del gruppo Farah Manufacturing, che praticava condizioni di lavoro deplorevoli e paghe da fame, inferiori al di sotto della soglia di povertà, ai propri lavoratori, in gran parte donne e/o chicanos. Una lotta sindacale che si sviluppò con una campagna di boicottaggio sostenuta dalla solidarietà della comunità locale e del Sindacato agricolo UFW, e portò ad un contratto, sulla cui conclusione le lavoratrici però poco poterono dire. O ancora lo sciopero della Stevens, la seconda impresa tessile degli USA, che resistette 15 anni, non solo al Sindacato ma anche persino di fronte alle ripetute ingiunzioni della Corte Suprema.

Significativo anche lo sciopero bancario più lungo della storia degli USA, quando otto donne picchettarono per mesi una banca del Minnesota per richiedere la parità femminile di retribuzione e mansioni, circondate da rotture famigliari e amicali. Il tutto filmato dal regista Lee Grant nel 1981 con la pellicola The Wilmar 8.

Utile comunque a coordinare le iniziative di lotta fu la fondazione nel 1974 della Coalition of Labor Union Women. La crescita di ruolo e di retribuzioni delle donne toccava parzialmente le donne nere, suppur esse avessero un ruolo fondamentale nelle famiglie (spesso senza uomini). Già nel 1910 una donna nera su due lavorava, contro una donna bianca su cinque, tanto che le nere sono state protagoniste, magari inconsapevolmente, di una prima indipendenza economica.

Il ruolo sociale delle donne fu contestato, a partire dagli anni Sessanta, da libri come The Femine Mistique di Betty Friedan e da organizzazioni come la National Organisation for Women (NOW) e dal Movimento per la Liberazione della Donna, che misero in discussione anche le disuguaglianze che esse subivano nell’attività politica, spesso emarginate o malviste.

Negli ultimi decenni le donne sono divenute centrali nelle mobilitazioni sul lavoro e nella società. Non solo per riconquistare il diritto all’aborto, dopo la sentenza di abolizione a livello federale sancita dalla Corte Suprema nel giugno 2022, che ha ricreato un Paese a macchia di leopardo in cui, in una ventina di Stati (quasi tutti del Sud e del Centro), l’aborto è vietato, qualunque ne sia la motivazione. Non sarà facile tornare, in una Nazione divisa e violenta come gli USA dell’inizio del terzo millennio, a riutilizzare forme di lotta come quella delle donne dell’Idaho che boicottarono il prodotto locale, la patata, riversandone 10.000 sulle scale del palazzo del Governatore, fino a quando questi, peraltro dei Democratici, rinunciò a firmare una legge antiabortista.

Il più che raddoppio in vent’anni del numero di dipendenti pubblici (da 7 a 16 milioni, il 20% della forza lavoro degli USA), in gran parte a livello di Stato e municipale, aveva portato a grandi assunzioni di donne, neri e minoranze etniche (anche con l’applicazione del sistema delle quote). Persone lontane dall’ideologia del civil servant (servitore dello Stato) e maggiormente in contatto coi movimenti per i diritti civili. Il che portò a grandi lotte (anche di tipo spontaneo). Il settore del pubblico impiego è più del 30% sindacalizzato: l’American Federation of State, County and Municipal Employees (AFSCME) è diventato così il quarto sindacato come numero di iscritti nell’intero mondo del lavoro degli USA con 1,3 milioni di iscritti, dipendenti e pensionati. Nel 1981 a San José (California) l’AFSCME indisse il primo sciopero nella storia della nazione sulla questione della parità salariale tra donne e uomini. Oggi è sotto attacco dalla seconda amministrazione Trump che, cogli ormai 200.000 licenziamenti effettuati dall’ente illegale che aveva a capo Musk, cerca di far tornare indietro il settore del lavoro degli USA più sindacalizzato, privandolo anche del diritto di sciopero che, non in tutti gli Stati degli USA si è conquistato.

Un’ossessione, quello dell’attacco ai dipendenti pubblici da parte dei repubblicani, che per il mondo MAGA rappresenta il vituperato (seppur limitato) Stato sociale negli USA e il ruolo autonomo delle donne nella società, che aveva visto una delle premesse nel Wisconsin nel 2011. Proprio in quello che fu il primo Stato degli USA a garantire la contrattazione ai dipendenti pubblici, il governatore repubblicano Walker annullò questo diritto con la motivazione del deficit statale. Le astensioni dal lavoro (con un uso accorto di permessi, malattia e ferie) e i cortei, iniziati a febbraio, proseguirono coll’occupazione del Campidoglio di Madison, una grande manifestazione di 100.000 persone il 12 marzo e il ritorno, accompagnati da 185.000 persone, dei 14 senatori democratici, scappati dallo Stato per far mancare il numero legale dell’assemblea. Al silenzio di Obama (alla ricerca di dialogo con l’opposizione GOP), si manifestò una petizione di un milione di firme (raccolte tra i sei milioni di abitanti dello Stato) che portò nel 2012 ad un referendum popolare, che però il Governatore Walker vinse col 53% dei voti. Tali pratiche antisindacali, gestite da Governatori del GOP, si sono poi estese in Indiana, Ohio e New Jersey.

Nel 2012, invece, nove giorni di sciopero indetti dal Chicago Teacher’s Union (“Così il venerdì abbiamo cominciato a vestirci di rosso” e poi abbiamo fatto i picchetti (2)) piegarono il Sindaco della città che intendeva chiudere 50 scuole municipali. Scioperi di centinaia di insegnanti si sono svolti anche nel 2017, in modo autorganizzato, in parecchi Stati, a partire da quelli dove vigono divieti di sciopero per i lavoratori pubblici e dove l’assenza di contrattazione collettiva impone il doppio lavoro, perché la sola retribuzione di docente non consente la sopravvivenza.

Sul sito informatico dell’ AFSCME si legge: “Privatizzatori, deregolatori, tagliatori fiscali, le persone che vogliono far tornare indietro l’orologio sulla giustizia razziale e l’uguaglianza delle donne, e le persone egoiste al timone di aziende, tutti cercano di minare e diffamare ogni area di servizio pubblico, e per disarmare la nostra Unione”.

Tra le iniziative contro le discriminazioni di sesso sul lavoro e più in generale per la tutela del lavoro impiegatizio, fondata nel 1973 a Boston come collettivo di base di impiegate, dal 1977, opera la Nine to Five (The National Association of Working Women), non solo su temi prettamente lavorativi ma contro le molestie sessuali e per gli asili infantili, i permessi per motivi familiari, i diritti dei precari. Il docufilm del 2020 9to5: The Story of a Movement relaziona le sue iniziative, ora nell’ambito del Sindacato SEIU, ed è stato lo spunto per il film 9 to 5 con Jane Fonda e Dolly Parton.

A proposito di film statunitensi, spesso il ruolo delle donne impegnate nel Sindacato finisce per essere centrato soprattutto sui problemi familiari delle protagoniste, in genere incomprese o avversate dai propri mariti o compagni: non solo in Norma Rae ma anche in Silkwood, le donne che affrontano i problemi del posto di lavoro, spesso sole contro tanti ignavi, devono pure sobbarcarsi in famiglia le critiche dei propri uomini. Anche Ken Loach in Bread and Roses non riesce a sottrarsi al dramma familiare, quando la sorella maggiore denuncia gli attivisti sindacali coordinati dalla sorella minore. E’ vero che è senz’altro difficile, forse anche noioso per la visione di un tipico spettatore, portare sullo schermo la discussione collettiva per organizzare uno sciopero ma qualcuno l’ha fatto: il succitato docufilm della Kopple sulla contea mineraria degli Appalachi col documentario Harlan County USA. Che rifece con American Dreams sulla sconfitta del lungo sciopero, nel 1985-1986, nella fabbrica di inscatolamento carni Hormel Foods a Austin (Minnesota).

Salvo i suddetti, e pochi altri, anche i migliori film sociali staunitensi che riescono ad arrivare nelle sale, sono in gran parte centrati sulla lotta individuale di singoli che, spesso in contrasto anche coi propri colleghi di lavoro e con la propria famiglia, cercano di organizzare una presenza sindacale (Norma Rae), di denunciare nocività (Silkwood) o molestie (North Country) del o sul lavoro. In quest’ultimo film, del 2005, di Niki Caro con Charlize Theron, il sessismo contro un gruppo di donne minatrici prende spunto dalla storia vera di Lois Jenson, che lavorò nella miniera di Eveleth in Minnesota dal 1975 al 1984 e decise di adire causa contro la compagnia mineraria, malgrado lei fosse circondata da omertà e da minacce.

Lavoratrici Starbucks festeggiano (Buffalo, 2021) per il primo riconoscimento del sindacato interno

Ma per fortuna, quanto meno negli ultimi anni, molte lotte hanno visto le donne centrali nelle iniziative. Delle insegnanti, a partire dagli scioperi del 1968 a New York e in Florida fino a quelli a Chicago. Delle 32.000 lavoratrici degli hotel (soprattutto governanti delle camere), a partire dagli scioperi californiani del 2023, organizzati da Unite Here contro i tagli di personale, le molestie, le paghe da fame che, a causa dei cari affitti nelle grandi città, impongono ad alcune/i di dormire in auto e di fare un doppio lavoro giornaliero. E anche delle ragazze e dei ragazzi delle caffetterie Starbucks che, come scrivevamo nel numero 9 di “Collegamenti”, lottano per ottenere un contratto collettivo e hanno già raggiunto i 650 negozi sindacalizzati negli USA. In questi tre casi le donne sono in maggioranza nelle foto scattate nelle varie iniziative.

sciopero in un fast food Bruegger’s Bagels

Concludiamo questo scritto che ha cercato di fare un sunto di una storia lunga e tortuosa per i diritti civili e sociali delle donne statunitensi, nell’ambito del movimento sindacale statunitense, descrivendo due foto significative: in una, si vede una ragazza che salta di gioia alla lettura dei risultati del voto (segreto, come impone la legge) che ratifica la sindacalizzazione del primo negozio Starbucks, quello di Buffalo, nel 2021; nell‘altra quella di alcuni addetti in sciopero di un fast food Bruegger’s Bagels dello Iowa che sorreggono, lungo la strada di fronte al proprio posto di lavoro, dei cartelli contro la repressione del loro impegno sindacale per un salario dignitoso, chiedendo alle auto di passaggio un colpo di clacson di sostegno (Honk if you hate Union busting). Osservando bene una delle loro fotografie, si nota che una delle ragazze mostra un cartello dipinto a mano su cui c’è scritto: “non abbiamo da perdere che le nostre catene” (We are nothing to lose but our chains).

“C’era una volta una ragazza del Sindacato.

Non ha mai avuto paura di scagnozzi, crumiri e spie aziendali

e anche dei vice sceriffi che fanno i raid (antioperai).

Quando è stata convocata una riunione si è recata alla sede sindacale.

E quando i “fascisti” della American Legion (3) sono venuti

E’ rimasta salda a fronteggiarli (ha mantenuto la posizione):

“Non puoi spaventarmi, io sto col Sindacato”.

Union Maid (I’m sticking to the Union), Woody Guthrie, 1940

Note

1) https://indepthnh.org/2024/05/14/op-ed-history-politics-and-law-come-alive-in-story-of-elizabeth-gurley-flynns-historical-marker/

2) Kristin Roberts, Abbiamo tenuto testa ai bulli (2012) in Zinn H., Voci del popolo americano

3) Associazione reazionaria di riservisti, che interveniva contro le lotte dei lavoratori, a partire dall’assalto del 1919 alla sede dell’IWW di Centralia, nello Stato di Washington,

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