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L’intelligenza artificiale sta per rubarci il lavoro?

Quale il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel lavoro del futuro ? Dopo i precedenti interventi su “Collegamenti” n. 6 e n. 7,  Stefano Borroni Barale cerca di risolvere gli equivoci in questo nuovo numero della rivista (10/inverno 2025-2026)

In questi tre anni dal lancio di ChatGPT i techbro della Silicon Valley ci hanno stordito con dichiarazioni roboanti sull’intelligenza artificiale: a seconda dei momenti soluzione a tutti i nostri problemi oppure causa della nostra estinzione. Allo stesso modo, per quanto riguarda il lavoro, alternano visioni di abbondanza – grazie all’erogazione di un reddito di base universale da parte dello stato, non a spese loro – e scenari di disperazione con la sparizione di oltre il 50% dei posti di lavoro. Dove sta la verità?

Per provare a comprendere il presente, soprattutto rispetto alla tecnologia, è spesso utile studiarne e comprenderne l’evoluzione. L’intelligenza artificiale (Ai) non fa eccezione, anzi, è un caso emblematico.

Oggi, quando si vuole mettere a tacere chi solleva circostanziate obiezioni rispetto all’ultima ondata di “innovazione tecnologica” che minaccia i diritti dei lavoratori, quasi sempre lo si etichetta come “luddista”. Ma chi erano i luddisti? E cosa chiedevano, davvero?

Non avendo a mia disposizione gli strumenti culturali di uno storico, mi limiterò a considerare alcuni dati che mi sembrano particolarmente interessanti, e a metterli in connessione con l’attuale ondata di automazione del lavoro che si suppone possa essere introdotta a breve dall’intelligenza artificiale.

Ned Ludd, fonte: wikipedia

Nel 1811, al culmine delle proteste luddiste nella contea di Nottingham (quella che aveva dato i natali alla leggenda del ladro-gentiluomo Robin Hood1, da cui deriverà il mito del “Generale Ludd” o “Re Ludd”, leader-fantoccio2 dei rivoltosi) il Principe Reggente del Regno di Gran Bretagna è costretto a schierare 35000 uomini: un numero superiore alla metà di quelli che saranno a disposizione del Duca di Wellington durante la battaglia di Waterloo. Si realizza, in quell’occasione, la più grande occupazione militare del territorio della Gran Bretagna nell’intera storia della nazione3. Se i luddisti fossero riusciti a ingaggiare quelle truppe fino al 1815, con buona probabilità ricorderemmo Wellington come il grande sconfitto di Waterloo, se non per l’abilità di Napoleone, per l’insufficienza delle truppe.

Questo spiega la cattiva stampa di cui godono, ancora oggi, i luddisti: il fatto che la loro rivolta venga repressa nel sangue, non implica che sia stata un fatto minore, o che non abbia goduto del supporto della maggioranza della popolazione. Quando i soldati e i magistrati della corona cercano di individuare i responsabili della distruzione delle macchine non trovano testimoni. Anche quando li trovano, questi spesso forniscono loro informazioni parziali o false, per spingerli fuori strada.

 

INNOVAZIONE O AUTOMAZIONE?

Come fanno i luddisti a raccogliere un tale appoggio popolare? Contrariamente alla vulgata dei vincitori – che dipinge i luddisti come bruti che non avevano compreso gli enormi benefici delle macchine – questi piccoli artigiani non lottano per opporsi al progresso tecnologico, bensì alle modalità con le quali questo progresso diviene strumento di guerra: contro di loro, il loro stile di vita e, in ultima analisi, contro la sopravvivenza delle loro famiglie. Anche per questo l’arrivo dell’esercito non ferma le loro pratiche: i luddisti lo vedono come la logica prosecuzione del conflitto con mezzi apertamente militari. L’escalation della violenza non viene scelta da loro: prima di incamminarsi lungo la strada dell’azione diretta contro le macchine (“contrattazione collettiva attraverso la sommossa” la chiamerà lo storico del movimento luddista Eric Hobsbawm4 nel 1952) hanno provato a cercare ogni tipo di interlocuzione con il potere costituito, e continueranno a ricercarla anche durante le fasi più acute del conflitto, ma la contrattazione collettiva era stata vietata per legge nell’illuminata Inghilterra di quell’epoca.

Nei duecento anni precedenti al 1811 nelle campagne e nei piccoli centri urbani dei distretti tessili britannici gli artigiani che diverranno distruttori di macchine avevano implementato diverse innovazioni tecnologiche. Allo scoppiare dei troubles del 1811 gli artigiani cardatori e filatori hanno già incorporato le nozioni sull’uso di diversi tipi di macchine che rendono meno faticoso e più semplice il lavoro all’interno dei sette anni necessari a imparare il mestiere, ma il telaio a vapore – che fa il suo ingresso nel loro mondo – ha una caratteristica dirompente: rende completamente inutile tale formazione. Anche un orfano di 4 o 5 anni, strappato agli “istituti di carità” londinesi, è in grado di apprendere come azionare le nuove macchine, e nessuno ne reclamerà il corpicino straziato dalle macchine quando vi finirà stritolato per mancanza dei dispositivi di sicurezza.

Brian Merchant

Ecco cosa mi ha detto, al proposito, l’autore del best seller “Blood in the Machine” Brian Merchant, che ho intervistato in occasione dell’uscita per Einaudi della traduzione italiana del suo libro:

SBB. Il libro traccia un parallelo tra la rivolta luddista del 1811-1813, causata dalla prima “rivoluzione industriale”, e il momento storico che stiamo vivendo ora. I padroni della Silicon Valley vorrebbero farci credere che siamo vicini a quella che un tempo veniva chiamata “Ai forte”, ora Artificial general intelligence (Agi), in grado di sostituire gli esseri umani “in qualsiasi attività”. Ma l’automazione di base, quella dell’era luddista, ottenne davvero questo risultato? Le nuove macchine sostituirono gli artigiani nella creazione dello stesso prodotto o fecero qualcosa di completamente diverso?

BM. I telai meccanizzati e i telai larghi che gli industriali acquistarono per le loro fabbriche non automatizzarono completamente il lavoro dei tessitori o dei magliai, perché non potevano. Ciò che queste invenzioni permisero di fare ai proprietari delle fabbriche fu dividere e dequalificare il lavoro: le macchine producevano tessuti di qualità inferiore, ma potevano essere gestite da bambini o da lavoratori meno qualificati. In altre parole, erano un mezzo per frammentare la forza lavoro e ridurne drasticamente i costi. Questo è quasi esattamente ciò che sta accadendo oggi con molti lavori creativi, come illustratore, grafico e copywriter. Le grandi piattaforme Ai statunitensi consentono alle aziende di produrre in serie testi o contenuti multimediali a basso costo, utilizzando i lavoratori umani semplicemente per “ripulire” quanto prodotto dalla macchina, a fronte di una retribuzione molto inferiore a quella che ricevevano prima dell’introduzione dell’Ai. Nemmeno al giorno d’oggi esistono fabbriche completamente automatizzate che sfornano capi di abbigliamento e prodotti tessili. I nostri vestiti sono realizzati con macchinari che i luddisti riconoscerebbero bene, nel “Sud del mondo”, da lavoratori umani pagati con salari al di sotto della sussistenza. L’automazione consente alle aziende di indebolire il potere dei lavoratori, violare gli standard di legge e i contratti, reperire manodopera ovunque sia più economica. L’Ai funziona esattamente allo stesso modo.

SBB. Il tipo di automazione che le grandi aziende tecnologiche stanno cercando di imporci tramite l’intelligenza artificiale distruggerà milioni di posti di lavoro, come ha dichiarato lo scorso maggio l’amministratore delegato della start-up di intelligenza artificiale Anthropic, Dario Amodei?

BM. Come tecnologia, l’Ai da sola non è in grado di farlo, nonostante le fantasie apocalittiche di amministratori delegati come Amodei. Eppure, rimane comunque eccezionalmente pericolosa: è l’arma definitiva nelle mani dei manager, anche se non funziona come pubblicizzato.

SBB. Se la scomparsa del lavoro non è lo scenario verso cui ci stiamo dirigendo, allora possiamo rilassarci e sognare un futuro migliore? Oppure ci sono altri rischi di cui dovremmo tenere conto e altre misure da mettere in atto per evitarli?

BM. Assolutamente no, non possiamo rilassarci. In molti casi è irrilevante che l’intelligenza artificiale funzioni o meno5. Basta guardare che cosa sta succedendo negli Stati Uniti in questo momento: Amazon, Meta e molte altre grandi aziende stanno tagliando posti di lavoro mentre parlano di un futuro radioso grazie all’Ai. I dipendenti hanno rilasciato dichiarazioni in cui sottolineano che l’Ai non è pronta o in grado di svolgere questi lavori, ma il management voleva tagliare i costi e aveva una bella storia da raccontare ai suoi stakeholder sul perché lo stava facendo. Gli amministratori delegati useranno l’Intelligenza artificiale come leva contro i lavoratori, come minaccia e come mezzo per peggiorare le condizioni di lavoro e giustificare i licenziamenti.

UNA STORIA DI AUTOMAZIONE CHE SI RIPETE

L’opinione di Merchant trova un forte riscontro nei lavori di Antonio Casilli e del DipLab (Digital Platforms Labour) presso l’Institut Polytechnique de Paris, che lavora da oltre un decennio sulla natura e lo sviluppo dei “lavori del click”.

Già nel remoto 2020 il laboratorio di ricerca aveva pubblicato un articolo scientifico6, dove si mostrava che “attraverso la lente del micro-lavoro, prefiguriamo le implicazioni politiche di un futuro in cui le tecnologie dei dati non sostituiscono la forza lavoro umana, ma ne implicano la marginalizzazione e la precarietà”.

In pratica l’Ai moderna sta giocando lo stesso ruolo delle tecnologie autoritarie7 imposte al popolo inglese dall’aristocrazia nel 1811: i telai meccanizzati e i telai larghi. Anche in quel caso il lavoro non scomparve affatto, ma fu parcellizzato (spezzettato in mille ‘lavoretti’ da ripetere fino alla nausea), dequalificato, impoverito e precarizzato. Tutti fenomeni che oggi si ripetono attraverso le reti informatiche e gli elaboratori elettronici e, contrariamente alla vulgata, hanno effetti assai concreti nel mondo reale, non sono “soffici come un cloud”, come ci raccontavano le pubblicità fino a ieri.

A dimostrazione che questo fu esattamente il processo sta il fatto che, a solo un anno dall’inizio delle rivolte luddiste e della feroce repressione che ne segue, sorge una seconda pratica, rappresentata da un personaggio immaginario differente, questa volta femminile: Lady Ludd. La pratica è quella della sommossa per il cibo, in cui la folla prende le strade delle cittadine inglesi e non si ferma fino a quando i beni alimentari base non sono ceduti dai fornai a un prezzo compatibile con i salari da fame che gli ex artigiani trasformati in sottoproletari si vedono riconoscere per l’alienante lavoro fatto con le macchine industriali.

In questo momento questo tipo di fenomeno è poco visibile perché, come scrive Casilli, il lavoro prodotto dall’automazione realizzata con l’Ai è invisibilizzato attraverso la globalizzazione: i graphic designer non trovano più commesse nel nord globale perché legioni di lavoratori del click lavorano giorno e notte per ottimizzare i modelli linguistici che produrranno grafiche ripetitive e di bassa qualità on demand. Le persone che vengono contrattate, insomma, raramente condividono con chi ha perso il lavoro originale anche solo il paese. In queste condizioni è molto difficile che si sviluppi qualsiasi coscienza del processo.

L’unica eccezione è rappresentata dai rider: i fattorini a cottimo di aziende come Glovo, UberEats o Deliveroo. Lavoratori sfruttati che vedono le loro condizioni di vita e di lavoro cambiare alla velocità della luce con l’aggiornamento di un algoritmo. Infatti, sono stati gli unici a ottenere qualche piccola vittoria contro i tentacoli della “rivoluzione dell’Ai”, al contrario dei precari della scuola che – contro l’algoritmo impazzito messo in campo dal Ministero dell’Istruzione – non hanno saputo mettere in campo un’analoga capacità di auto-organizzazione.

 

QUALE FUTURO PER I LAVORATORI E IL LORO MOVIMENTO?

Ovviamente la pretesa di chi scrive non è quella di tracciare una linea retta dalle pratiche luddiste fino a quelle del movimento dei lavoratori odierno. Se molti sono i paralleli, altrettanto spiccano le differenze. La più rilevante sembra essere il fenomeno della computerizzazione del mondo8, che rende possibile l’invisibilizzazione di cui parla Casilli. “Questo fenomeno, al tempo dei luddisti, è appena agli albori: sono i nobili inglesi – trasformati in “titani tecnologici” ante-litteram – che aprono nuovi mercati oltremare, trasformando la Gran Bretagna nella maggiore potenza industriale del mondo grazie alle tecnologie che l’autoritarismo del re e della sua élite impongono al popolo inglese manu militari”.

Il fenomeno ha quindi un’origine politica che non può sperare di trovare soluzione unicamente sul piano tecnologico. Quello che però sembra evidente è che, così come le tecnologie autoritarie giocano un ruolo chiave nel trionfo della “rivoluzione industriale” (che forse sarebbe più corretto chiamare “restaurazione industriale”, visto il ruolo che l’esercito di Wellington avrà nel restaurare le forme più abiette di assolutismo autoritario fino al 1848), allo stesso modo l’altro retaggio della tecnologia, quello che Mumford chiama democratico, potrebbe essere un alleato potente del movimento dei lavoratori nella lotta per non soccombere allo strapotere di una cricca di imprese impegnate ad imporre un nuovo totalitarismo industriale. Adottare, curare e fare proprie tecnologie conviviali, alleate dei lavoratori nella lotta per l’affermazione dei propri diritti, tecnologie “centrate sull’essere umano, relativamente deboli, ma versatili e durevoli” (ibidem) sembra la strada più promettente.

2Sulla figura di Ned Ludd si trova una breve introduzione qui: https://www.nationalgeographic.it/chi-erano-davvero-i-luddisti

3Brian Merchant, “Blood in the Machine”, Little, Brown and Company, Hachette Book Gr., 2023

4“collective bargaining by riot” Eric Hobsbawm, “The Machine Breakers,” Past and Present, no. 1 (February 1952), 57–70; in Eric Hobsbawm, Labouring Men: Studies in the History of Labour (London: Weidenfeld and Nicolson, 1964; Charlottesville: University of Virginia Press, 1965), 5–22

5Cory Doctorow, “Quando le profezie dell’Ai falliscono”, post sul blog pluralistic tradotto in italiano da Kenobit: https://settimana.kenobit.it/archive/caa47929-d7d4-4485-aa4b-3e1be07d7cb8

6Tubaro, Casilli and Coville, “The trainer, the verifier, the imitator: Three ways in which human platform workers support artificial intelligence”, reperibile online: https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/2053951720919776

7L’architetto, filosofo e storico della tecnologia Lewis Mumford etichetta in quel modo le tecnologie che lavorano per creare relazioni di comando-obbedienza, e spingono la società verso un tipo di organizzazione totalitaria, in questo famoso articolo del 1964: https://teias.org/tal/en/l/lm/lewis-mumford-authoritarian-and-democratic-technics.pdf

8Juan Carlos De Martin, “Inseparabili dai computer, la minaccia che non vediamo” su Volere la luna: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2024/10/18/inseparabili-dai-computer-la-minaccia-che-non-vediamo/

 

 

 

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