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LE DIFFERENZE DI RAZZA NASCONDONO LA DIFFERENZA DI CLASSE

Da “Collegamenti per l’organizzazione diretta di classe” (n. 10 inverno 2025/2026) riportiamo questa recensione di Visconte Grisi

 

ROSSO BANLIEUE: Etnografie della nuova composizione di classe nelle periferie francesi di Atanasio Bugliari Goggia, Ombre corte, 2022, euro 29,00

L’autore ha trascorso due anni nelle banlieues parigine integrandosi profondamente nella vita quotidiana dei banlieusard e nei collettivi politici. In questo modo vorrebbe mettere in luce l’importanza dell’inchiesta militante in questa fase in cui una nuova generazione entra sulla scena politica, anche in Italia, come testimoniano gli ultimi fatti dall’uccisione di Ramy in poi. Il libro dà ampio spazio alle testimonianze dirette degli abitanti delle banlieues e ai militanti dei collettivi sottolineando così l’importanza della storia orale per la piena comprensione della realtà.

Una realtà che è fatta di rivolte (émeute) contro la condizione miserabile della vita in banlieue, contro il lavoro precario, contro il controllo poliziesco. Una rivolta che viene definita dalle istituzioni come violenza urbana o opera di “casseurs des ghettos” ma che nasconde in realtà una violenta discriminazione di classe. Si tratta in definitiva di giovani, spesso giovanissimi, per lo più di origine immigrata, di seconda o terza generazione, sebbene in gran parte nati in Francia e quindi cittadini francesi, appartenenti a una specifica classe sociale sulla quale si sono testate le nuove forme di lavoro precarie e flessibili in entrata e uscita, segnate dall’incremento dei ritmi produttivi e dall’abbassamento delle tutele. In definitiva lavoro, territorio e povertà sono gli elementi che concorrono alla nascita di una classe sociale all’interno della banlieue parigina che è all’origine delle rivolte.

Il fatto è che la costante degradazione delle condizioni di lavoro e di vita della classe popolare coinvolge l’intero Occidente. La crisi capitalistica era già realtà per la classe proletaria di tutta Europa e il potere si affrettava a testarne effetti e rimedi nelle banlieues francesi, per estenderli successivamente ai miserabili di tutto l’Occidente globalizzato. La banlieue ha anticipato questi nuovi modelli di sfruttamento al tempo della crisi così come nei nuovi linguaggi di resistenza a questo modello, che si esprimono in una nuova e più estesa forma di riots. Una forma che però rivela i profondi legami di solidarietà che si instaurano non solo fra i giovani sfruttati ma anche fra le diverse generazioni.

Il 2005 ha portato sulla scena un movimento collettivo di banlieue nato dalla saldatura tra una vecchia generazione di militanti, che ha perso molte battaglie politiche e ne ha vinta qualcuna, cresciuta attorno ai modelli classici di impegno politico: partito, sindacato e collettivi e una nuova generazione scaraventata sulla scena politica da oggettive condizioni di disperazione sociale. Una storia che parla anche della fatica della Francia a fare i conti col proprio passato coloniale fino a tratteggiare una situazione di “deux Frances”, ovvero “le passé qui ne passe pas”. Un esempio dolorosissimo di questa inettitudine della Francia a fare i conti con la propria memoria è senza dubbio rappresentato dal massacro degli algerini sulle rive della Senna il 17 ottobre 1961 in cui si stima che ci siano stati trecento morti, mai riconosciuti dallo Stato francese.

Una tradizione che è in parte diversa da quella in cui siamo abituati. La questione coloniale è il passato rimosso della civiltà occidentale. Un passato che non passa, come testimoniano gli avvenimenti recenti in Palestina. Il movimento operaio in un secolo di lotte ha ottenuto un relativo miglioramento delle proprie condizioni di vita, ma sorge il dubbio che una parte almeno delle conquiste sia dovuta al supersfruttamento operato nelle colonie. Nella crisi capitalistica, o meglio nel declino del modo di produzione capitalistico iniziato già negli anni ‘80, prevalgono quelli che Paolo Giussani (citato nel libro) ha chiamato “i limiti dell’integrazione”. Egli dice: “Altrettanto nuova nella storia del capitalismo moderno è la tendenza…al peggioramento nella distribuzione e nelle condizioni di vita e lavoro. La contrazione dell’accumulazione prima e l’outsourcing e il trasferimento all’estero di grossi segmenti produttivi poi, attraverso l’aumento dell’esercito di riserva, tendono a distruggere il potere contrattuale dei lavoratori salariati e mettono in moto un movimento di deintegrazione, diametralmente opposto a quello dominante dalla seconda metà del secolo XIX in poi”(1).

Ma veniamo ora all’argomento continuamente presente nel libro e messo in evidenza nel titolo dell’articolo: la discriminazione razziale. Questo argomento è particolarmente sentito in Francia a causa del suo passato coloniale in Africa ma recentemente si è imposto anche in Italia dopo le vicende legate all’immigrazione. La divisione dei lavoratori a causa delle differenze razziali era già nota a Marx quando descrive la situazione del proletariato irlandese. “Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, i proletari inglesi e i proletari irlandesi. L’operaio inglese medio odia l’operaio irlandese come un concorrente che abbassa il suo livello di vita…La sua attitudine verso di lui è molto simile a quella dei poveri “bianchi” verso i “negri”degli antichi Stati schiavisti degli Stati Uniti d’America. L’irlandese gli rende la pariglia e con gli interessi…Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese a dispetto della sua organizzazione. E’ il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere”(2). La situazione non è cambiata da quella descritta da Marx e la discriminazione razziale continua a nascondere lo scontro fra le classi.

A questo proposito bisogna citare il rapporto che intercorre fra collettivi politici di banlieue e i collettivi del centro cittadino, anche di estrema sinistra. Un rapporto di estraneità, sia nelle forme che negli obiettivi, o quando va bene, di strumentalizzazione delle lotte in banlieue ai propri fini di organizzazione, cosa che risulta molto chiaramente dalle interviste dei militanti. Ma già ai tempi del 2005 scrivevamo:la rivolta del proletariato metropolitano, precario e dequalificato, infiamma le banlieues parigine. In qualche modo vengono riprese delle forme di lotta (controllo del territorio, zone liberate dalla presenza della polizia ecc.) del movimento del 77, quindi qualcosa nella memoria storica rimane. Marzo 2006 : l’opposizione degli studenti al CPE, a difesa di alcune garanzie, assume toni di scontro violento e si generalizza a tal punto da costringere il governo francese a ritirare il provvedimento. Fra i due movimenti non si instaura alcun collegamento evidente, anzi si registrano alcuni episodi di tensione fra le due componenti, anche perché si può pensare che gli studenti (lavoro intellettuale/cognitivo) abbiano ancora qualcosa da perdere(3). E’ esattamente quello che affermano i militanti di banlieue quando sostengono che la differenza fra loro e i collettivi cittadini sono differenze di classe.

Una delle certezze emerse dalla ricerca nella banlieue francese è il ruolo potente svolto dalla storia delle Black Panthers nel costruire l’immaginario teorico e d’azione dei giovani émeutiers, dei militanti di base, dei leaders delle organizzazioni. Innanzi tutto, l’evoluzione teorica di questa organizzazione mostra i chiari segni di un passaggio da una linea politica imperniata sulla “razza” a un’altra decisamente di classe, con richiami all’internazionalismo proletario. Di straordinario interesse il legame instaurato dalle Pantere con il popolo, con le comunità dei ghetti. Parliamo dei programmi sociali tra l’organizzazione e la comunità, la solidarietà che si esprimeva in un agire politico quotidiano e minuzioso all’interno dei ghetti, le “cliniche gratuite” per i residenti del ghetto o le colazioni gratuite per i bambini in età scolare.

La violenza, nelle parole di Stokely Carmichael, era solo una tattica, e non una filosofia. Il movimento nero per un breve periodo sembrò riuscire nel proposito di incanalare in modo più disciplinato ed efficace la rabbia spontanea espressa nelle rivolte urbane. Nelle fabbriche di Detroit intanto guadagnava peso la League of Revolutionary Black Workers, raccogliendo i collettivi autonomi degli operai neri dell’auto, prefigurando un primo abbozzo dell’alleanza rivoluzionaria fra proletariato nero e proletariato bianco, un proletariato multirazziale guidato dal proletariato nero.

Significativo è il richiamo ricorrente nel libro a Fanon e ai “I dannati della terra” in riferimento alle banlieues di oggi. Le analogie tra i due sistemi sociali –banlieue francese e Algeria colonizzata – hanno a che vedere con la questione del profitto e dello sfruttamento economico, e solo in via subordinata con il problema della razza e del razzismo. Le splendide pagine di Fanon sulla genesi e sulle forme della violenza del colonizzato ben esprimono l’attualità delle banlieues. E qui ritorna il richiamo al “lumpenproletariat”che raffigura invece quella porzione di popolo che oscilla tra percorso rivoluzionario e slittamento verso i poteri reazionari, che nei paesi colonizzati erano rappresentati da ex contadini che non riescono a trasformarsi in operai. Senza il contributo del lumpen, sottolinea Fanon, non si può vincere una rivoluzione, per cui è necessario un adeguato lavoro politico per portarlo dalla propria parte.

Come nella colonia prima delle guerre di liberazione, così nelle odierne metropoli occidentali, le lotte sociali vengono incanalate su falsi binari da una serie di “contro tendenze” sempre all’opera. All’ epoca di Fanon questo ruolo era svolto dalle borghesie nazionali o compradore, mentre nelle banlieues è svolto dai partiti che si presentano con le loro retoriche sulle opportunità politiche aperte, sulla necessità di praticare la non violenza e di avanzare a piccoli passi attraverso istanze e iter democratici. Le émeutes non possono sorprendere nessuno, tantomeno le istituzioni: rappresentano il naturale contrappunto delle violenze che la popolazione di banlieue subisce quotidianamente. Si tratta, con le dovute tare, della stessa immagine di cui si serve Fanon per descrivere la violenza dei colonizzati.

Una ultima considerazione riguarda il processo che ha preso il nome di “gentrificazione”, nel caso francese strettamente connesso a quello della “politique de la ville”. Un concetto che permette di rintracciare il legame tra espulsione delle fasce povere dai centri cittadini e riappropriazione del centro città da parte di ceti medio/alti. Periferie molto più distanti dal centro cittadino rispetto alle banlieues in via di gentrificazione oggetto dell’inchiesta – le quali sono adiacenti alla prima cintura parigina – diventano oggi il domicilio coatto degli esodati a opera della gentrificazione, di coloro che si sono impoveriti a partire dalla metà degli anni ‘80, degli immigrati, del precariato lavorativo divenuto sociale. Processi evidenti nelle banlieues della cintura parigina, ma recentemente anche a Milano nei quartieri divenuti oggetto di ristrutturazione seguendo l’idea di una “Smart City”. Il risultato di questi processi è evidentemente rivolto a distruggere i legami di solidarietà delle classi popolari e creare desertificazione.

Nel testo si fa largo uso della categoria di “lumpenproletariat” che nella tradizione marxista era considerata una classe (era classe o frazione di classe o non classe) che oscillava fra adesione alla rivoluzione proletaria e tendenza a forme reazionarie di massa. Ma qui il termine è utilizzato in una accezione alquanto diversa dal significato attribuitogli da Marx il quale, nella prima rivoluzione industriale in Inghilterra, definiva le categorie sociali che rimanevano sistematicamente fuori dalle nuove forme di lavoro e per le quali, dunque, non vi era possibilità di divenire classe sociale. Oggi designa quella parte dell’ “esercito industriale di riserva” non qualificato, escluso dalle macchine o che vive di espedienti, dell’assistenza e dei sussidi statali o impiegato in altre mansioni dequalificate, poco retribuite e instabili. Sono lavoratori impiegati nelle “manifatture selvagge” o nel terziario povero metropolitano della ristorazione di massa, dei servizi di pulizia e di manutenzione, delle vendite, del facchinaggio, della logistica: lavori dequalificati, non sindacalizzati, a salario minimo e temporanei o a tempo parziale.

Il problema, secondo l’autore, è come questa classe possa passare da una coscienza di sé come classe, che pure è presente in banlieue, a una coscienza politica, a un movimento generalizzato che possa darsi obiettivi e organizzazione. In fondo è la classica riflessione marxiana sulla “differenza fra “classe in sé”, ovvero aggregati sociali solo potenzialmente in grado di agire come soggetto collettivo in quanto privi della coscienza dei propri interessi, e “classe per sé”, quando i soggetti che compongono la classe hanno la chiara consapevolezza dei propri interessi e si organizzano per difenderli e affermarli facendo ricorso al conflitto come unico metodo politicamente produttivo”. E’ questa la prospettiva per un futuro ancora incerto ma anche una opportunità da cogliere.

N O T E

(1) Paolo Giussani , Capitalism is dead – Una raccolta di scritti 1987/2018, Edizioni Colibrì 2022

(2) Lettera di K. Marx a S. Meyer e A. Vogt 9/4/1870

(3) Visconte Grisi, Il movimento del 77 in Italia , “ Umanità Nova” numero 10/2017

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